Lettera aperta ai buggerrai con la memoria di San Nicolò
Presentazione della Redazione del racconto di Maurizio Danise
Poco a nord di Buggerru, lungo la strada verso Portixeddu e Fluminimaggiore, si apre la valle di San Nicolò, Santu Nicolau nella parlata locale, che scende verso l’ampia spiaggia della costa occidentale.
Per lungo tempo San Nicolò fu soltanto un piccolo borgo, un luogo di passaggio o una spiaggia, per la verità poco frequentata dai buggerrai che preferivano la spiaggia del paese. E' stato anche un sito minerario antico dai tempi dei Romani. E qui riecheggia la storia leggendaria della misteriosa Metalla, della quale ci siamo occupati e che sarà ancora citata nei prossimi racconti.
Buggerru, distante pochi chilometri, era il principale riferimento minerario, commerciale e sociale, mentre San Nicolò conservava il suo carattere agricolo.
Ancora oggi nella valle si trovano case sparse, piccoli orti familiari, in un ambiente sostanzialmente rurale. L'atmosfera sta però mutando in questi ultimi decenni con la nuova realtà del turismo.
Una lunga spiaggia con tre stabilimenti balneari, il panoramico e storico ristorante omonimo con chiosco, un'area di parcheggio e sosta camper, e dei confortevoli B&B.
Tra cui uno di questi, come vedremo, sarà il riferimento dei ricordi del racconto, quando era conosciuta in paese come "la casa di Giorgino".

In un paesaggio di mare, terra, orti e vecchie miniere, si colloca il racconto della famiglia di Giorgino Pintus, affidato alla memoria del nipote Maurizio Danise tra gli anni '60 - '80.
Lo fa con una lunga lettera indirizzata idealmente a tutti i buggerrai. Una testimonianza emozionante che ci restituisce San Nicolò attraverso la vita di chi lo abitò per tanti anni, anche se solo nei periodi estivi.
La pubblicheremo suddividendola in diverse puntate, alternandole alle altre storie della "Memoria narrata".
Buona lettura
Lettera aperta ai buggerrai con la memoria di San Nicolò
Di Maurizio Danise
Buongiorno amici buggerresi,
perdonatemi se vi considero tali.
Mi chiamo Maurizio Danise, ho 73 anni. Sono nato a Napoli, ma una parte profonda della mia vita e della mia memoria appartiene alla Sardegna, e in particolare a San Nicolò. Mia madre era di origine sarda, figlia di Giorgio Pintus, ed è forse per questo che la Sardegna è la mia seconda regione del cuore. Già dal 1954, ogni estate, i miei genitori mi portavano dai nonni a Cagliari.
Sono ricordi che ancora oggi mi fanno venire la pelle d’oca… e anche qualche lacrima. Le estati erano lunghe: da giugno a ottobre. E per me significavano una sola cosa: San Nicolò.
Il viaggio era un rito.
Si partiva dalla stazione delle corriere vicino al porto di Cagliari, direzione Iglesias. Chilometri di strada: tante soste nei vari paesi che si attraversavano, infinite curve tra le montagne del borgo di S.Angelo sino a Fluminimaggiore. Ore interminabili che sembravano non finire mai, soprattutto perché non vedevo l’ora di arrivare. Poi la strada cambiava, l’asfalto finiva e iniziava una pista di terra rossa e sabbia, come nei film del deserto.
Un polverone enorme si alzava dietro la corriera e ci chiedevamo come l’autista riuscisse a vedere quando incrociavamo altre automobili o camion.
Si attraversavano le dune, quelle dune meravigliose che ancora oggi porto negli occhi. Finalmente compariva Portixeddu e, subito dopo, la manovra sulla sabbia che annunciava l’arrivo: il mare verde‑blu di San Nicolò, un colore che non ho più ritrovato da nessun’altra parte.
San Nicolò era il luogo dove tutto prendeva vita: le giornate infinite, il vento, la luce, la sabbia che entrava ovunque, le corse con i cugini, le merende, la macedonia della nonna, le risate, la libertà assoluta dell’infanzia.

Un mondo che oggi sembra lontano, ma che dentro di me è ancora vivo. Sono passati decenni, ma quei ricordi non si sono mai spenti.
E oggi, dopo una vita trascorsa tra Napoli e Roma, sento il desiderio di tornare a Buggerru, nel mio San Nicolò, di soggiornare proprio nella struttura dove da bambino giocavo, correvo, crescevo. Vorrei ritrovare quei luoghi, quelle sensazioni, quell’ambiente che ha segnato la mia infanzia.
E vorrei raccontarli, perché la memoria non è solo personale: è un ponte tra ciò che siamo stati e ciò che siamo.
I profumi della campagna
L'odore di casa appena sceso dalla corriera era sempre lo stesso.
Era quello che ritrovavo ogni mattina, quando uscivo sotto il patio. Un patio semplice, fatto di paglia, che filtrava il sole a righe d'oro.
Tutta la casa era avvolta da un profumo di spezie selvatiche. Quelle che crescevano intorno, testarde, tra la sabbia e la terra. Rosmarino, mirto, elicriso. E dentro quel profumo, si mescolava sempre quell'altro odore, bellissimo, di salsedine che arrivava dal mare.

Il mare non era lontano. Cento metri, o poco più, dalla casa. Quella che oggi chiamano B&B Alelca Domo per me resterà sempre la casa di nonna Giovanna e nonno Giorgino.
E poi c'era il sapore. Quello non lo dimenticherò mai.
Nonna Giovanna la mattina presto andava dalla famiglia Loi, nella casa affianco. Tornava con il latte ancora caldo, appena munto. Ce lo versava a tutti, in tazze grandi, e noi lo sorseggiavamo con grande soddisfazione. La merenda, invece, era l'immancabile panino fresco, aperto, condito con pomodoro schiacciato, olio e sale.
Erano le nostre colazioni e merende. Era la nostra Sardegna.
(Segue nelle successive pubblicazioni su la Memoria Narrata)
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