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La terra che ricarica: la bellezza dell’arte che unisce-Intervista a Pinuccia Mocci-Aprile 2026 -La Porta Aperta

di Olga Cardella


Ci sono persone che, se anche la vita le porta lontano, non smettono mai di appartenere alla loro terra.


Pinuccia Mocci è una di queste. Partita dal suo paese da ragazza, si è realizzata a Milano, dove ancora vive, ma non ha mai perso il filo che la lega alle proprie radici. Torna spesso, porta doni, porta presenza, porta memoria. Dice che a Buggerru ritrova la carica che la sostiene nella vita di ogni giorno.


Nelle sue parole c’è la forza della gente di miniera: determinazione, coraggio, capacità di rialzarsi. Grazie Pinuccia da parte di tutti noi.


Sono ormai ben cinquantasette anni che vivi a Milano dove ti sei realizzata svolgendo la tua attività creativa ma Buggerru è sempre rimasta nel tuo cuore. Che cosa significa per te tornare qui?


Tornare qui per me vuol dire dare una carica alla mia vita che va avanti. Non ci sono parole più vere, ferme, più giuste e credibili di queste. Come per tutti noi sardi, le origini non possono mai essere dimenticate e le radici rimangono salde, profonde e sempre collegate alla nostra amatissima terra.


Tu Pina, Hai sempre lavorato realizzando bellissimi manufatti con i tessuti, nastri, pizzi, da dove è nata questa passione che poi è diventata il tuo lavoro di una vita piena di soddisfazioni?


Come tante bambine nate e cresciute in un paese di miniera, le possibilità di acquistare i giocattoli non c’erano, perciò realizzavo le mie bambole e mi cimentavo a realizzare loro anche i vestitini. Crescendo avevo l’esempio di mia sorella, più grande di me di vent’anni, che faceva la sarta, la guardavo ammirata e l’aiutavo. Crescendo, la passione per il mondo tessile non mi abbandonava. A un certo punto, nel periodo della scuola dell’avviamento, ho deciso di seguire un corso di taglio e cucito. Quando poi ho ripreso la scuola media, già cucivo abitini per ragazze. All’età di diciannove anni, sono partita per Milano con la mia passione già ben radicata. Là ho fatto svariati lavori e intanto continuavo a studiare. Allora a Milano si poteva ancora tranquillamente andare a piedi a qualsiasi ora, senza problemi. Uscivo da casa alle otto e rientravo alle ventitré. Finalmente mi fu proposto un lavoro importante che, guarda caso, era proprio nel settore tessile: il campo delle bomboniere. Facevo tanti sacrifici, ma ho ottenuto il diploma di ragioneria che ovviamente mi serviva in azienda. E’ stato lì che ho capito che quello sarebbe stato il mio mondo lavorativo, facilitato molto anche dal fatto che nell’azienda, tra tutto il personale, c’era un bellissimo rapporto di grande collaborazione, quasi famigliare e non un distacco tra dirigenti e dipendenti. Da quel momento è iniziata la mia carriera, salendo un gradino dopo l’altro fino a riuscire a mettermi in proprio.


Hai sempre creato le tue realizzazioni con svariati tipi di tessuti, ce n’è qualcuno che preferisci in modo particolare?


I materiali erano tutti tessuti leggerissimi, lucidi, morbidi, mi piace definirli anche romantici, perché riguardavano soprattutto matrimoni e battesimi. Il tulle è quello che io ho sempre preferito: m’incantava.

Per dieci anni ho prima lavorato proprio in una ditta di tulle. Ricordo di aver proposto e convinto il mio dirigente di allora, a inserire un manufatto da me realizzato, ovviamente in tulle, nel settore delle bomboniere. Il campione portato in fiera a Milano è stato un successo, perché è stato l’articolo più venduto in assoluto.


Cosa vorresti dire alle persone di Buggerru che ti hanno visto partire, tanto tempo fa e ancora ti accolgono come se non fossi mai andata via?


Sono partita che ero una ragazzina e ogni volta che torno, da cinquant’anni, mi accogliete sempre come se non fossi mai partita, come se non fossi mai mancata. Io sono molto fiera e orgogliosa, quando arrivo qua anche a me sembra che il tempo non sia mai passato. Ho vissuto in pratica la mia vita in due mondi opposti:

Buggerru e Milano. Sono due mondi che non si possono confrontare. I rapporti umani, chi non ha mai vissuto a Buggerru non può capire cosa vuol dire avere un legame così profondo con un’amica, con la gente, con il paese. Sono due mondi completamente diversi, nei quali mi sono immersa, ma in entrambi ho mantenuto sempre i miei modi di essere, di parlare, di interagire e di fare, sempre adeguandoli quando serviva.


In questi due giorni di permanenza nel tuo amato paese, hai proposto degli incontri con le donne di Buggerru, cosa ti proponi di fare?


Ora che ho chiuso la mia attività, mi sono accorta che quello che so fare, non voglio tenerlo solo per me.

Vorrei trasferirlo alle mie compaesane, perché il lavoro delle mani dà forza, autostima e una serenità incredibili. Mi piacerebbe che ogni donna di Buggerru potesse provare la mia stessa soddisfazione quando creo, condivido e mi sento capace. Quello però che mi darebbe grande gioia, che vorrei si portassero a casa e che va oltre i lavori che realizzeremo insieme, è che capissero che, quando impari a fare qualcosa e te ne innamori, la vita migliora, si apre. Vivi meglio perché le mani si calmano, la mente respira, il cuore si alleggerisce. Creare con le proprie mani non è solo un gesto. E’ un modo per ritrovare dignità, serenità ed equilibrio in un mondo sempre più frenetico.


Che cosa vorresti Pinuccia dire ancora che non è emerso da questo nostro piacevole dialogo?


Sì, voglio esprimere un episodio legato alla miniera che ho vissuto da bambina e che mi ha segnato per tutta la vita. Avevo cinque anni. Stavano costruendo la strada per la miniera di Nanni Frau e, mentre andavo a prendere il latte da signora Iolanda, sentii forti esplosioni di mine. Il mio pensiero è volato subito a mio padre che in quel momento finiva il suo turno a lavoro e passava da quella strada per tornare a casa.

Fui presa dalla disperazione e ricordo che nessuno riusciva a consolarmi e a farmi smettere di piangere ma, per fortuna, erano solo esplosioni controllate. E’ un ricordo che non ho mai dimenticato. La miniera per me e sempre stata un misto di rispetto e paura. Crescendo ho capito che la vita dura ha forgiato il nostro carattere. Io mi sento così: determinata, in grado di affrontare le difficoltà, capace di separare i miei ricordi personali dal lavoro e dalle persone che ho incontrato. I miei ricordi sono miei, non appartengono a nessun altro. Dalla mia gente di miniera ho imparato anche un’altra cosa: nonostante la durezza del lavoro, a Buggerru, non ho mai visto cattiveria. Era raro vedere litigi. Io stessa preferisco sopportare sciocchezze degli altri, piuttosto che mettermi a discutere, è un modo di essere che mi porto dietro da sempre.

Grazie Pinuccia. E’sempre bello sentire che chi va via continua ad amare questa terra con la stessa intensità

di sempre, perché un sardo può adattarsi ovunque, ma il cuore resta sempre dov’è nato’.


Pinuccia Mocci
Pinuccia Mocci


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