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Rubrica: Il dovere di ricordare-Speciale 25 Aprile -Aprile 2026 -La Porta Aperta


RUBRICA - MEMORIE DI BUGGERRU: TRA MINIERA E MARE

IL DOVERE DI RICORDARE

PLANU SARTU: IL CAPORALE LUIGINO MURGIA E L’ORDINE NEGATO


Di Renzo Licciardi


Gli scenari di guerra nel 1943


Nel 1943 le sorti della guerra già volgevano verso la disfatta delle forze dell’Asse Italo Tedesco.

Dopo lo sbarco alleato in Sicilia a luglio, l'Italia divenne il principale campo di battaglia europeo. Il crollo del regime fascista e l'armistizio dell'8 settembre spaccarono il Paese in due: il Sud fu progressivamente liberato dagli Alleati, che stabilirono il governo legittimo a Brindisi, mentre il Centro-Nord venne occupato dalle truppe naziste. Il 12 settembre 1943 i tedeschi reagirono liberando Mussolini al Gran Sasso in Abruzzo e favorendo la nascita della Repubblica Sociale Italiana a Salò, una parvenza di stato di fatto sotto la protezione e il controllo del Terzo Reich. La linea del fronte si attestò sulla Linea Gustav, un complesso sistema difensivo tedesco imperniato su Cassino che bloccò l'avanzata anglo-americana per mesi. In questo scenario drammatico, l'Italia visse contemporaneamente una guerra di liberazione contro l'occupante tedesco, una guerra civile tra partigiani e i repubblichini di Salò e il collasso delle proprie strutture statali.

In quel periodo, prima dell’invasione dal mare della Sicilia, la Sardegna era militarmente ben presidiata anche per la presenza di contingenti corazzati tedeschi. Pur essendo strategicamente importante, veniva spesso definita la "portaerei inaffondabile" del Mediterraneo, non fu teatro di grandi scontri diretti, ma rimase ai margini delle operazioni principali. Successivamente allo sbarco in Sicilia, le truppe tedesche abbandonarono la Sardegna per spostarsi in Corsica. Allora la Marina e l’Aviazione italiane, limitate per lo scarso approvvigionamento di carburante e mezzi, risultarono in declino nei confronti della progressiva supremazia delle forze Alleate.

L’area rientrava nel sistema difensivo del Comando Militare della Sardegna, controllato dal Regio Esercito. A livello locale, non c’erano più grandi unità operative, ma piuttosto dei reparti territoriali di fanteria, soldati spesso non più giovanissimi o di seconda linea, dei nuclei della Milizia con compiti di controllo e sicurezza interna, e l’Artiglieria Costiera e Contraerea leggera distribuita in piccoli presidi.

Il Sulcis-Iglesiente aveva una sua importanza per due motivi principali: le miniere di piombo e zinco, considerate risorse strategiche, e i piccoli porti usati per trasporto minerario.

Questo rendeva la zona un possibile obiettivo per le incursioni aeree e per azioni di disturbo navale, come siluramenti da parte dei MAS o attacchi da sommergibili.

Nonostante la sua presenza territoriale, la copertura antiaerea era debole e discontinua. Mancava un sistema radar efficiente, le comunicazioni erano lente e gli ordini arrivavano spesso tardi o poco chiari. In pratica, molti presidi locali erano lasciati all’iniziativa dei singoli comandanti e all’esperienza dei soldati più anziani.


Postazione dell’Artiglieria costiera e contraerea leggera (Antonio Lilliu)
Postazione dell’Artiglieria costiera e contraerea leggera (Antonio Lilliu)

A Buggerru


E cosa succedeva a Buggerru sotto il profilo militare? In paese e nel suo litorale erano presenti delle postazioni di vedetta e difesa costiera. Consistevano in una linea di bunker tondeggianti in cemento armato distribuiti in prossimità delle spiagge per contrastare l’ipotizzato sbarco Alleato e casematte scavate mimeticamente nella roccia agli estremi della cala del paese per un fuoco incrociato. Le postazioni erano dotate di mitragliatrici, pur con personale poco addestrato e mezzi non adeguati ad affrontare un atteso sbarco massiccio.

Nei grandi cumuli dello scavo minerario di Planu Sartu, con le pietre delle discariche furono realizzate delle trincee, simili a spessi muretti a secco. Questo presidio era formato da un piccolo distaccamento militare di contraerea leggera dotato di mitragliatrice. La postazione risultava strategicamente mimetizzata sull’altipiano sopra il paese, tra il cielo e il mare. Da lì si dominava Buggerru: le case basse addossate una all’altra, la Laveria e le officine della miniera, la spiaggia e un tratto di costa.

La piccola guarnigione militare era formata da alcuni soldati “di fuori” e un caporale veterano della Prima Guerra Mondiale, Luigi Murgia di Buggerru, di origine Fluminese. Era decorato e per questo venne assegnato allo stesso paese di famiglia. Il distaccamento era comandato da un giovane tenente di prima nomina.

Il caporale Luigi Murgia era chiamato in paese Luigino, come si usava con i diminutivi che poi restavano attaccati per sempre anche da grandi. Conosceva ogni dettaglio di quel paesaggio. Non si sentiva come un soldato in zona di guerra, ma come un uomo che guarda ciò che considerava suo territorio: la sua casa, sua moglie Tommasina Silesu, i sei figli e la memoria del suo povero figlio Emilietto vittima innocente di questa guerra. Ogni cosa aveva un peso preciso dentro di lui, più forte di qualsiasi situazione bellica.

Accanto a lui il giovane tenente stringeva il binocolo con mani nervose. Era poco più che un ragazzo, ma la divisa e il grado gli imponevano l’ostentazione di una sicurezza che non possedeva davvero. Parlava a voce alta, come se il tono potesse colmare l’inesperienza.


Lo stormo sopra la testa


«Massima allerta! La postazione deve essere pronta.» Intimò il tenente.

Il caporale Murgia annuì senza fretta al comandante. I gesti erano lenti, misurati. Non per esitazione, ma per abitudine. Aveva già vissuto la guerra, molto prima che quel tenente imparasse a radersi. Sul Carso, nelle umide trincee di fango e neve, tra i bombardamenti martellanti e con i mortali attacchi all’arma bianca tra il filo spinato contorto. Aveva sentito uomini gridare senza più voce, aveva portato sulle spalle, fino alle lontane retrovie, il corpo esanime del suo fratello Antioco asfissiato dal gas di cloro degli Austriaci. La guerra non era per lui un’idea: era un odore, un peso, una pena intrisa in ogni sua cellula.






Soldati italiani in una trincea del Carso nella Prima Guerra Mondiale
Soldati italiani in una trincea del Carso nella Prima Guerra Mondiale

Una giornata nata tranquilla divenne all’improvviso memorabile. Il rombo arrivò da lontano, basso e crescente. Il tenente lo intercettò subito con il binocolo.

«Bombardieri! Una trentina. Con la scorta dei caccia!»

La sirena cominciò a lanciare l’allarme che rintronò tra i monti del canale. Dal paese si alzò un movimento confuso: persone che correvano, voci spezzate, porte sbattute. Qualcuno gridava di raggiungere il rifugio sul costone della montagna, quello allestito per emergenza all’ingresso della Galleria Henry.

Il caporale Murgia non guardava solo il cielo. Guardava di continuo in basso. Là sotto c’era tutto ciò che aveva.

La sua mente corse all’anno appena passato, al 14 settembre 1942, al figlioletto Emilio che aveva dieci anni. Ne aveva dieci anche Gianni Gattus, suo amico inseparabile di giochi. Rivisse come in un flash quel giorno maledetto. Emilietto e Gianni erano andati al molo, insieme ad altri ragazzi. Era estate, il mare calmissimo invitava, e la guerra sembrava lontana abbastanza da non impedire a dei bambini di fare il bagno dopo pranzo nella spiaggia del paese, probabilmente di nascosto dai genitori.

Poi era arrivato il “Siluro”.

In quel pomeriggio di guerra, che però sembrava lontana dal paese, l'orrore si materializzò in un sottomarino inglese e in un'esplosione assurda e brutale. Il Capitano del sommergibile inglese HMS Sahib in rotta nel golfo, invisibile e lontano, aveva deciso di lanciare un siluro sulla banchina dei magazzini del borgo minerario con le sue ciminiere fumanti. Il colpo tremendo aveva appena danneggiato il molo, ma l’acqua si era sollevata come una parete bianca altissima, si disse quanto la Banderuola della Punta. Non aveva risparmiato i bambini. Urla, corpi violati: Emilietto e Gianni li raccolsero dall’acqua inanimati, apparentemente intatti.

Gli altri sulla spiaggia rimasero solo feriti e frastornati dalla detonazione, ma non furono più gli stessi nella mente.

Luigino Murgia ricordava il silenzio dopo. Quello delle case. Il silenzio di sua moglie Tommasina nei giorni successivi, seduta, la testa tristemente dondolante, le mani ferme in grembo, come se ogni loro gesto fosse diventato inutile.


La scelta


«Caporale Murgia!» gridò il tenente. «Li abbiamo quasi a tiro! Prepararsi al fuoco!»

Luigino Murgia uscì da quei pensieri. Il rombo cresceva, gli aerei si avvicinavano puntando verso la costa. Afferrò la mitragliatrice, il nastro delle munizioni pendeva pesante. Bastava una pressione sul grilletto. Un gesto semplice, automatico. Ma non era un gesto neutro.

Sparare significava farsi vedere, attirare l’attenzione e trasformare il sorvolo del paese in un bersaglio fuori piano.

Guardò ancora una volta giù in basso. Mentalmente non vide solo case. Vide volti.

Vide Tommasina. Vide i bambini rimasti, quelli che ancora giocavano nonostante tutto. Vide i parenti, i vicini, quelli che non capivano fino in fondo che succedeva.

«Fuoco!» urlò il tenente.

Il caporale Murgia non si mosse.

«Apri il fuoco, accidenti!»

Il tempo si fece stretto, quasi immobile. Gli aerei erano sopra di loro ormai. Il rombo sordo dei motori riempiva ogni spazio facendolo risuonare.

Il caporale Murgia seguì con la canna della mitragliatrice il passaggio degli aerei. Li aveva nel mirino, forse poteva provare a colpirne in alto qualcuno con quella misera mitragliatrice.

Ma non sparò.

Il tenente gli si avvicinò, fuori di sé. «Murgia! È un ordine!»

Ma un ordine non cancella ciò che si sa per esperienza diretta.

Sapeva che non tutti gli ordini sono giusti. Come quelli degli attacchi alla baionetta nel Carso storditi dall’alcool, dal “Cordiale” per la truppa. Sapeva che ubbidire non significa smettere di scegliere. E soprattutto sapeva che esistono momenti in cui l’ubbidienza diventa assurdità. Stringeva forte le maniglie della mitragliatrice, sino a farsi diventare bianche le nocche. Gli aerei sorvolarono il paese e proseguirono oltre, senza sganciare. Il rombo si allontanò lentamente, lasciando dietro di sé il silenzio irreale di una tensione generale che si scioglieva.

Il tenente lasciò cadere il binocolo a terra. «Perché non hai sparato?» urlò con una rabbia che nascondeva disprezzo.

Murgia si rizzò. Aveva la fronte imperlata dal sudore freddo, la bocca secca, ma lo sguardo fermo.

Non voleva parlare, ma disse di getto «Tenente, faccia quel che crede, mi metta al muro. Ma laggiù c’è la mia famiglia, se sparavo sganciavano qualche bomba o i caccia avrebbero mitragliato le case e noi per reazione. E allora sì che sarebbe stata una strage… inutile»

Fece una pausa.

«In guerra ho già perso mio fratello… e in questa il mio figlio più piccolo!».

Non aggiunse altro. Non serviva. Abbassò la testa, rassegnato a subire qualunque conseguenza.

Il tenente rimase in silenzio. Non c’era manuale che spiegasse cosa fare davanti a una risposta del genere. Abbassò lo sguardo anche lui e si allontanò, borbottando parole senza convinzione.

Quel giorno non accadde nulla.

E proprio per questo accadde tutto.


Il ricordo


Negli anni dopo, quella storia è rimasta nei ricordi di famiglia, seppure sconosciuta o dimenticata dal paese. E’ giusto invece raccontarla, non come di un gesto eroico, ma come un piccolo grande esempio di umanità.

Il caporale Murgia non aveva salvato il mondo. Non aveva fermato la guerra. Non aveva cambiato il corso degli eventi. Aveva fatto qualcosa di più semplice e più difficile: aveva rifiutato un ordine che sapeva essere insensato. Non per pura ribellione, ma per responsabilità. Accettandone le conseguenze.

Nella guerra, come nella vita, esiste sempre una linea sottile tra ciò che ti chiedono di fare e ciò che si sceglie di fare. Spesso ci si nasconde dietro parole comode: dovere, disciplina, gerarchia. Parole che possono diventare degli alibi.

Molti, in passato e purtroppo anche nel presente, hanno compiuto atti terribili dicendo di aver semplicemente ubbidito agli ordini. Come se l’ubbidienza potesse cancellare con un colpo di spugna la morale, la coscienza.

Però la coscienza non scompare. Può essere soffocata, rimandata. Ma ci accompagna comunque nel bene e nel male per tutta la vita.


Luigi Murgia
Luigi Murgia

Nonno Luigino non era un uomo colto, ma molto sensibile. Era prima di tutto un operaio della miniera, un marito, un padre, poi diventato suo malgrado soldato. E proprio per questo capì quello che altri, forse più istruiti, non hanno saputo a volte vedere: che eseguire un ordine non è sempre la scelta giusta.

Che la responsabilità individuale non si scarica.

Che ogni uomo, anche dentro una catena di comando, conserva il proprio margine di decisione.

Non si può essere costretti a dire sempre "sì", e che a volte dire "no" è l’unico modo per restare umani.

Ninetta, sua figlia e mia madre, raccontava quella storia a noi figli e ai suoi nipoti non con enfasi, ma come si raccontano semplicemente le cose vissute, seppure tragicamente, ma ormai con il disincanto del passato.

Pur senza grandi ragionamenti si capisce che la guerra non è fatta solo di battaglie vinte o perse, ma di drammi quotidiani che comportano anche scelte individuali.

Scelte che non finiscono nei libri di storia, ma che determinano la differenza tra distruzione e salvezza, tra indifferenza e responsabilità.

Perché ogni volta che qualcuno rinuncia a pensare e si limita a ubbidire passivamente, il rischio è sempre lo stesso: trasformare il comando in giustificazione di tutto, di ogni efferatezza contro gli altri, chiunque essi siano, nemici armati o civili inermi.

E ogni volta che qualcuno, invece, si ferma e sceglie anche controcorrente, si apre una possibilità diversa.

Quel giorno, a Planu Sartu, quella possibilità è stata colta.

E il paese, inconsapevolmente, ha continuato la sua vita, ignaro di cosa poteva accadere se si fosse ubbidito a quell’ordine sbagliato.

La scelta di un soldato, abitante di Buggerru e padre di famiglia, ha prevalso sull'ubbidienza assoluta. Un atto sofferto di resistenza che ha salvato la sua famiglia e gli abitanti del suo paese da una possibile inutile strage.


Reduci di Buggerru al Monumento ai Caduti di tutte le Guerre
Reduci di Buggerru al Monumento ai Caduti di tutte le Guerre










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