I racconti di Carlo - 4 Settembre 1904 - Aprile 2026 - La Porta Aperta
- Viviamo Buggerru

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di Carlo Plaisant
Presagiva il silenzio e un'atmosfera della valle irreale che i destini e la storia, di lavoro e di uomini, si apprestavano a mutare e che non nascono da niente.
Era il 4 di settembre quel giorno, che dai monti e le sue alture, a percepire nell'aria un misterioso richiamo, discendevano nel paese le case, i minatori a migliaia,
lasciati i cantieri, picconi e miniere.
Priva di fiamma la lampada in mano, più di un presagio di quanto accadeva, che non porta bene e tragedia poi diventa, a segnare per sempre del lavoro la storia.
Non brontola oggi quei monti che sovrastano la valle, di tuoni ed esplosioni tacciano le mine, a far eco laggiù parimenti, alle case addossati gli opifici, di vagli e frantoi
inquietanti silenzi.
Solo di uomini una voce di rabbia convulsa prevale, e nell'aria, agitato e in crescendo s'innalza, che scioperare hanno deciso e di tutti sono conserte le braccia.
Come tanti rivoli in una giornata di pioggia, scoscesi i pendii, s’incontrano con altre delle numerose file, a divenire impetuose e in torrenti a valle si riversano che da officine, i forni, frantoi e crivelli non è giornata per lavarli minerali.
In quel contesto surreale acceso è per ore, nei tavoli il confronto di opinioni e parole, a divergere in quel dialogar concitato le parti, ma si nutre fiducia per la svolta finale che tarda ad arrivare.
Di certezza un fioco barlume, una flebile fiamma che resta accesa con la speranza che l'alimenta, si continua a parlare.
Ma il “ turco", così dagli operai chiamato, della Malfidano il direttore, Georgiades il suo nome, per tener fede alla sua fama, di lavoro e di diritti dell'uomo a riconoscere ostinato, continua, sprezzante, a negare.
A voltare faccia e tradire stima e fiducia di tutti, a quel livore va oltre, a divenire malanimo e fin codardia, per invocare dei militari soccorso, ostaggio e minaccia paventando, di tumulti
e operai.
Così di sorpresa, fuori copione, in un inusitato teatro un evento tragedia diventa, che la storia ha datato e sulle rocce scolpito, presso i forni e officine, le case a testimone all'intorno, un adunar numeroso di elmi e divise compare.
Con baionette, moschetti e giberne, ma senza nemici al loro cospetto se non minatori, per far una guerra a chi chiede pane e per il lavoro, solo rispetto.
Caldi son gli animi in quell'insensato contesto, tante le urla in un concitato vociare e pure sassi in aria che volano, il senno vien meno e dell'uomo la ragione scompare, a divenir animale.
Con frustate sinistre dei militari la risposta, che sferzano l'aria in sequenza continua, tanti gli spari contro uomini inermi, i loro petti, le case e sui muri e una pioggia di piombo li assale.
Urla strazianti che diventano rantoli di chi sta per morire, dei feriti e del sangue che scorre
abbondante e impasta la terra, di chi esala il respiro, di chi soccorre e implora
aiuto, di mogli, di madri e di figli per poi vederli agonizzanti, per terra.
Morire così, per un pezzo di pane e i diritti invocare in quel duro lavoro che è vita, sudore e fatica, un sacrificio di povera gente, insensato e crudele, l'infamia che mai si cancella e i
confini del mondo ha varcato.
Che la storia in quelle rocce delle miniere del borgo ha scolpito e "eccidio" chiamato, ma le
sementi ha riposto per far nascere un fiore, che ha attecchito e diffuso, per risvegliare le
coscienze, per le rivendicazioni sociali, per quei martiri inermi, per il loro sangue versato.


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