Che poi spesso la soluzione che cerchiamo è semplice, è lì sotto i nostri occhi, solo che noi guardiamo da un’altra parte.
Poi ci sono i soliti ritornelli ascoltati tante volte “… Ai miei tempi…Devi fare così che funziona.
“Che due scatole le frasi dei vecchi sempre a ricordare come lo facevano loro, come si deve fare.
Ma i tempi sono cambiati e ora sarebbe giusto che le cose si facessero diversamente, cosa vuoi che ne sappiano loro che non sanno nemmeno cosa sia un social, loro che pensano che Internet sia la copertura di un tetto e che “navigare” sia sciogliere una cima!
Il passato è già successo e non serve ricordarlo sempre. Bisogna guardare ad oggi per essere pronti per il domani che arriverà che lo vogliamo o meno.
Come possiamo pensare al domani con quegli anziani che hanno difficoltà anche a vivere il presente? Continuando a celebrare sempre il passato c’è il rischio di non vivere il presente figuriamoci il futuro.
Bene e allora che si fa? Ho notato solo io la tendenza dei “vecchi” a difendere le proprie posizioni e il proprio operato? Mi spiego meglio; a me pare che a volte ci sia come una resistenza a reiterare il come si faceva, la difesa di un certo modo di pensare.
E forse pensano che i giovani non siano in grado di farlo. Gli anziani di oggi sono stati anche loro giovani e si sono fatti largo sbagliando. Certo che insegnare e lasciare fare non è facile ma è forse l’unico modo per far crescere allievi preparati che potranno eguagliare il maestro e perché no, anche superarlo.
Serve pazienza? Serve tolleranza? Anche perché solo permettendo di sbagliare si dà modo di acquisire l’esperienza, quella cosa che non si compera da nessuna parte ma ce la si forma commettendo errori.
Magari non sarebbe nemmeno male non lamentarsi per quello che manca ma essere lieti per quello che si ha. Vedo anche un senso di protezione che porta a fare in prima persona “che così si fa prima” o magari è qualcos’altro. Sono in ogni caso due modi di comunicare diversi che dovrebbero comprendersi a vicenda.
E mi viene in mente la storia di quella vecchia guida che per sollevare gli allievi dal carico del loro zaino se ne fece carico lui. Il risultato fu logico e prevedibile, ad un certo punto la vecchia guida crollò.
Nessuno tranne lui aveva l’esperienza per andare avanti e l’escursione finì lì.
Prima o poi gli anziani se ne andranno e che futuro lasceranno a quei giovani a cui non è stato dato modo di sbagliare e di fare esperienza? Non aiuta nemmeno la difesa di quello che si è fatto, tutto è migliorabile se si mette in campo l’umiltà di mettersi in discussione.
Qual è la soluzione al problema? E’ una domanda che mi sto facendo sempre più spesso e alla quale non ho ancora trovato una risposta chiara. Se qualcuno tra i lettori della Porta Aperta ha la soluzione me la faccia sapere perché sarei curioso di conoscerla anche io.
Bellissime considerazioni e la ringrazio. Ho 63 anni e ho casa Buggerru pur vivendo in Lombardia. Forse il segreto è sentirsi giovani fino all’ultimo dei propri giorni come ha fatto mio padre che se è andato a 90 anni 10 mesi fa. Sentire dentro a sè stessi un cuore “bambino” ci permette di stare più vicini agli anagraficamente giovani, fa sentire quello che sentono loro e magari si può riuscire anche a capire le loro menti. È giusto così: i giovani per natura guardano solo avanti e tocca a noi saper guardare sia indietro che avanti. Ci migliora e aiuta loro. Che ne pensa?
Bellissime considerazioni e la ringrazio. Ho 63 anni e ho casa Buggerru pur vivendo in Lombardia. Forse il segreto è sentirsi giovani fino all’ultimo dei propri giorni come ha fatto mio padre che se è andato a 90 anni 10 mesi fa. Sentire dentro a sè stessi un cuore “bambino” ci permette di stare più vicini agli anagraficamente giovani, fa sentire quello che sentono loro e magari si può riuscire anche a capire le loro menti. È giusto così: i giovani per natura guardano solo avanti e tocca a noi saper guardare sia indietro che avanti. Ci migliora e aiuta loro. Che ne pensa?
Cordialmente
Alessandra