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Rubrica- Memorie di Buggerru- Tra miniera e mare-Il dovere di ricordare-Giugno 2026 -La Porta Aperta

Planu Sartu: il borgo fantasma sospeso sopra la miniera


di Renzo Licciardi


Non saprei dire con precisione quando Planu Sartu l’abbia visto non soltanto come una spoglia campagna sopra il paese ma qualcosa di speciale, capace di suscitare una strana sensazione misteriosa e indefinita. Probabilmente fu la prima volta da bambino vedendo quei ruderi spetrali e ascoltando i racconti di mio nonno Luigino. La vita ormai da tempo non scorreva più tra muri decrepiti. Le capre pascolavano oziosamente nei macchioni di cisto che resistevano a tutto, vento, siccità, incendi.


Nonno mi portava sul pianoro tra gli spuntoni calcarei a cercare i Cordolinu ’e pezza, i funghi di carne, come anche li chiamavamo.


«Guarda bene tra queste pietre», mi diceva fermandosi e sorridendo sotto i baffi.

«Qui sotto quella pianta di Feurra ci può essere qualcosa.» Ma già aveva visto cosa avrei trovato, intimamente soddisfatto dalla mia grande meraviglia al ritrovamento di una “moba”, una famigliola, di funghi.


Tagliava e infilzava i gambi bianchi dei funghi carnosi grigiastri nella bacchetta di lentischio che aveva ripulito dal fogliame e mi consegnava quella collana come un magnifico trofeo da portare con orgoglio giù, a casa in paese, stando ben attento a non rovinarli.


Riscoprì il fascino di quel villaggio fantasma più tardi, negli anni in cui si saliva lassù in gita tra ragazzi, per andare a piedi a Cala Domestica o per guardare dall’alto le case di Buggerru e il mare che si apriva immenso fino all’orizzonte.


«Da qui sembra infinito», diceva qualcuno affacciandosi verso la falesia.


A nord si stagliava il morbido profilo primordiale del promontorio di Capo Pecora; a sud, nelle giornate limpide, appariva il contorno lontano dell’Isola di San Pietro, come un miraggio azzurrino sospeso sull’orizzonte del mare.


Il pianoro a strapiombo sulla costa
Il pianoro a strapiombo sulla costa

Per chi percorre oggi la strada provinciale proveniente da Nebida, Planu Sartu è poco più di un piccolo altopiano silenzioso disseminato di ruderi a circa 120 metri sul livello del mare.


Per i buggerrai, invece, rappresenta l’inizio di tutto.


Prima delle case addossate al porto, prima delle strade strette nel vallone e del rumore della laveria, Buggerru era soprattutto vento e pietra.


I primi sussulti di vita della comunità mineraria non si muovevano vicino al mare, ma più in alto, nel canalone di Malfidano e sull’altopiano di Planu Sartu.


Là sorsero le prime baracche dei minatori, le gallerie scavate nella montagna, i depositi del minerale e le abitazioni dei primi tecnici francesi arrivati nel sud-ovest della Sardegna inseguendo piombo, galena, zinco e calamina.


Buggerru nacque così: non da un podere, non da una chiesa, ma dalle miniere intorno.


Ed è proprio questa la sua particolarità storica. Un paese eterogeneo e plurale, nato improvvisamente a metà 1800 attorno all’industria estrattiva e cresciuto nel giro di pochi decenni, per poi conoscere una crisi altrettanto rapida. Una parabola durata poco più di un secolo, ma capace di spostare intere famiglie da tutta la Sardegna e dal continente, alla ricerca di una opportunità per vivere.


La trasformazione del territorio accelerò soprattutto dopo la legge sabauda del 1840 sulle miniere e le concessioni minerarie, che aprì enormi possibilità agli investimenti privati e stranieri.


Quella normativa favorì lo sfruttamento coloniale industriale dei giacimenti del Sulcis-Iglesiente e attirò capitali piemontesi, toscani e francesi in una Sardegna che fino ad allora era rimasta ai margini dello sviluppo industriale europeo.


I primi scavi esplorativi nell’area dei versanti di Malfidano e nel pianoro di Planu Sartu furono fatti nel 1855, per cercare giacimenti di piombo, da una società genovese chiamata speranzosamente “La Fortuna”. A dispetto del nome fiducioso non ebbe però il successo desiderato e nel 1859 dovette abbandonare definitivamente l’impresa per scarsità di produzione.


Vi è ancora il sito a Planu Sartu della galleria “Fortuna” che ricorda quei primi passi.


Tra il 1864 e il 1868 le ricerche minerarie in quell’area ripresero e si intensificarono rapidamente.  Altri tecnici e investitori francesi iniziarono a interessarsi stabilmente alla zona. Poco dopo, tra il 1868 e il 1870, l’ingegnere francese Jean Eyquem promosse la valorizzazione industriale del giacimento di calamina, si dice tra i più grandi d’Europa, e nacque la “Société Anonyme des Mines de Malfidano”.


Uno stralcio della autorizzazione della concessione mineraria del 1865
Uno stralcio della autorizzazione della concessione mineraria del 1865

Fu allora che il nucleo minerario moderno di Buggerru prese forma nell’area di Planu Sartu.

L'origine del nome è legata a diverse interpretazioni: c'è chi lo fa risalire al toponimo sardo Praun ’e sattu (ovvero "piano di campagna") e chi, invece, lo italianizza in Pian Sardo.


Pranu Sardu o Planu Sartu non era un villaggio isolato, ma parte di un sistema industriale più vasto che trasformò radicalmente il territorio.


Lo scavo di Malfidano costituiva il fulcro produttivo, con pozzi, discenderie; il vallone di Buggerru diventò il collegamento naturale fra miniera e mare; il molo minerario rappresentò il motore della crescita urbana; attorno si svilupparono laverie e impianti di trattamento del minerale, magazzini di stoccaggio, officine e ricoveri di servizio. Altre abitazioni spuntarono vicine ai cantieri minerari, a Caitas, a Malfidano e San Nicolò vicino allo scavo antichissimo del periodo romano di Sa Marchesa.


Per superare i dislivelli tra l’altopiano e il mare furono costruiti dei “Piani Inclinati”: strutture ingegneristiche importanti per l’epoca, con le quali i vagoni carichi di minerale scendevano verso le laverie sulla spiaggia e risalivano scarichi per il successivo trasporto, sfruttando soltanto la forza di gravità con grandi volani di legno. Le linee ferrate minerarie attraversavano il paesaggio come nervature metalliche intagliate sui fianchi della montagna intorno al paese.


Una sezione con I livelli dello sfruttamento del giacimento di calamine (1900)
Una sezione con i livelli dello sfruttamento del giacimento di calamine (1900)

Ogni cosa ruotava intorno alla miniera. Ogni aspetto della vita finiva, direttamente o indirettamente, per dipendere da essa.


Le prime strutture erano umili baracche operaie in legno e lamiera, costruite in fretta vicino ai cantieri estrattivi.


Solo successivamente comparvero le case in pietra calcarea più solide e resistenti al vento del pianoro. Le abitazioni erano sorte adattandosi al terreno e ai sentieri già esistenti.


Basta osservare le vecchie mappe catastali per vedere quel disegno di piccole particelle con un ordine non sempre preciso, se non quello di un allineamento alle due strade principali.


Le particelle catastali delle abitazioni
Le particelle catastali delle abitazioni

Attorno ai cantieri sorse in poco tempo un borgo operaio destinato a diventare uno dei centri più popolosi del territorio. Nel giro di pochi decenni arrivarono lavoratori da tutta la Sardegna, ma anche dal continente: piemontesi, liguri, toscani, campani. I francesi occupavano di regola i ruoli direttivi e amministrativi.


«Qui si parla più di una lingua, ma ci capiamo lo stesso quando lavoriamo alla luce delle lampade a carburo fianco a fianco in galleria», scherzavano i minatori.


Gli accenti si mescolavano nelle strade, nei dormitori, nelle osterie improvvisate. Sembrava una babele moderna.


Ognuno portava con sé abitudini diverse, modi differenti di affrontare la fatica e la vita quotidiana.


Ne usciva una piccola comunità composita, una cittadella mineraria di frontiera sospesa tra roccia e mare.


Le case di Planu Sartu erano quasi tutte basse, costruite con le pietre calcaree del posto legate con fango oppure, nelle abitazioni più solide, con la calce. Attorno i piccoli muretti a secco proteggevano piccolissimi orti sottratti con ostinazione alla terra rossastra. Vi crescevano in modo travagliato qualche pomodoro, delle cipolle e le verdure della stagione. Solo qualche cortile era ingentilito anche dai fiori.


«Quest’anno almeno i pomodori hanno resistito», sospirava Tzia Basìlia affacciata sull’orto della vicina.


Accanto alle case compariva quasi sempre un fico contorto dal maestrale, resistente quanto le persone che lo avevano piantato.


Non era una scelta estetica: serviva a integrare un’alimentazione povera. Lo stesso valeva per gli alberi di limoni, preziosi contro la pellagra che colpiva molte famiglie operaie.


Tra le pratiche di allora c’era anche quella di sistemare, ben nascosti tra la vegetazione, i lacci per gli uccelli: piccole trappole metalliche per catturare is cruccueusu, i passerotti; uno dei modi per procurarsi del cibo in una terra difficile, dove nulla andava sprecato perché anche il poco poteva fare la differenza.


L’acqua era il bene più difficile da ottenere. Non c’erano sorgenti. Si raccoglieva quella piovana nelle cisterne e nei depositi, ma non bastava mai.


«Non sprecatene nemmeno una goccia… con la fatica che ci costa portarla fin qui», raccomandavano le madri ai bambini.


Occorreva, infatti, trasportarla dal vallone del paese lungo una strada sassosa che risaliva il versante della montagna con stretti tornanti a zig zag. Gli asinelli procedevano lentamente tra le pietre, caricati con brocche di terracotta colme d’acqua.


Il vento dominava il pianoro in ogni stagione.


«Qui il vento non dorme mai, solo quando sei dentro le gallerie non lo senti», dicevano i vecchi minatori inveendo contro il nulla.


Eppure la gente rimaneva, perché il lavoro era lì.


Sopra, la montagna veniva scavata senza tregua.


Grandi voragini a cielo aperto si alternavano a gallerie profonde e cunicoli che attraversavano la roccia fino ad affacciarsi direttamente sullo strapiombo di Muru Biancu sul mare.


Da quelle aperture venivano scaricati gli scarti delle perforazioni.


Nessuno parlava ancora di tutela ambientale: l'unico obiettivo era estrarre quanto più minerale possibile, nel minor tempo possibile. In questo paesaggio di lavoro, il legame tra Planu Sartu e la Galleria Henry era strettissimo, anche in termini di distanza: il villaggio era proprio sopra quel cantiere.


Molti minatori vivevano nel borgo e ogni giorno percorrevano sentieri e tracciati per raggiungere gli imbocchi delle gallerie, anche le più lontane.


«Sbrigati, il turno di notte non aspetta», gridava qualcuno nel buio prima dell’alba.


Lo scavo a cielo aperto lato Nord
Lo scavo a cielo aperto lato Nord

Le ferrovie minerarie con la fila dei vagoni attraversavano il paesaggio come processioni di formiche instancabili.


La compagnia mineraria controllava il lavoro, le abitazioni e gran parte dei servizi essenziali, fino alle provviste distribuite attraverso lo spaccio, dando vita a un borgo aziendale chiuso in sé stesso.


Tra il 1880 e il 1890 Buggerru assunse definitivamente la struttura di centro industriale moderno: quartieri operai, case impiegatizie, chiesa, scuola, ospedale, direzione francese, magazzini e infrastrutture portuali, la locanda La Privilegiata, lo Spaccio aziendale noto come La Cantina, il Dopolavoro Operaio e il Circolo degli Impiegati, Caffè rinomati insieme a bettole, persino il Teatro Perrier. In alto, Planu Sartu rimase un borgo importante e un centro estrattivo del sistema per altri decenni.


Nel 1894 con la costruzione della laveria Buggerru e poi della Malfidano che la sostituì successivamente nella produzione, si consolidò ulteriormente il ruolo industriale di Buggerru.


La grande struttura a gradoni sulla spiaggia della Malfidano divenne il simbolo della potenza economica della compagnia mineraria francese.


All’inizio del Novecento Planu Sartu raggiunse il suo massimo sviluppo.


Nel 1901 l’intero sistema minerario di Buggerru superava i seimila abitanti e il solo villaggio di Planu Sartu ospitava circa 2.750 operai.


Sommando famiglie, commercianti, artigiani e personale legato ai servizi, la popolazione complessiva dell’area probabilmente superava le 3.500 persone.


Per un altopiano così limitato era un numero enorme. Le famiglie numerose e più povere vivevano ammassate in poche stanze, in una comunanza forzata e promiscua accettata come usuale.


La vita familiare, Maria Luisa Sardu (1906)
La vita familiare, Maria Luisa Sardu (1906)

Accanto a quella realtà di privazioni esistevano anche nuclei più agiati: impiegati, tecnici, sorveglianti, commercianti e famiglie che, pur disponendo di maggiori mezzi, condividevano lo stesso spazio e gli stessi orizzonti di quella comunità nata dal nulla.


Sullo sfondo delle case sparse sull’altopiano, tra muri di pietra, strade appena tracciate e un paesaggio aspro e scomodo, convivevano mondi diversi.


I bambini giocavano nei campi e nei cortili, le donne più benestanti si ritrovavano all’aperto nelle giornate di sole, con abiti curati, cappelli e ombrellini che raccontavano una condizione più serena, mentre altre, la maggioranza, continuavano a portare addosso i segni di una vita di lavoro e sacrifici.


Famiglie alla passeggiata in campagna (1927)
Famiglie alla passeggiata in campagna (1927)

Anche in un luogo costruito attorno alla miniera e segnato dalla fatica quotidiana esistevano momenti di leggerezza: una fotografia di famiglia, una passeggiata, una festa o una domenica trascorsa all’aria aperta. Erano frammenti di normalità che appartenevano a quel piccolo mondo sospeso sull’altopiano, dove la durezza della vita e la spensieratezza riuscivano, talvolta, a convivere nello stesso paesaggio umano.


La vita a Planu Sartu
La vita a Planu Sartu

Dietro quella crescita si nascondeva però una realtà durissima. Turni massacranti, salari bassissimi, lavoro minorile e incidenti frequenti scandivano la vita quotidiana.



Cernitrici e minori al lavoro
Cernitrici e minori al lavoro

«Anche oggi niente riposo», mormoravano le donne dedicate alla cernita del minerale con le mani spaccate dalle pietre e dal freddo, e accanto ai minori di varie età; il lavoro minorile era praticato dalla Malfidano senza particolari problemi morali.


Silicosi, tubercolosi e crolli accompagnavano l’esistenza dei minatori. Il lavoro nelle grandi cave a cielo aperto era spesso persino più pesante di quello nelle buie gallerie: sopra la testa il sole d’estate e nelle ossa il freddo invernale rendevano le giornate estenuanti, sotto il continuo controllo asfissiante dei sorveglianti.


Per di più non si percepiva il seppure magro incentivo “dell’indennità di sottosuolo” che spettava ai compagni nelle gallerie.

Eppure si continuava a scavare.


Gli scavi a cielo aperto
Gli scavi a cielo aperto

Fu proprio in questo clima che maturò la protesta del 1904, quando la direzione della Malfidano impose ulteriori peggioramenti agli orari di lavoro e ridusse la pausa pranzo estiva. La tensione esplose!


«Così non possiamo più andare avanti!», urlarono i minatori all’uscita dei cantieri.


Era fine agosto e inizio settembre, e i lavoratori di Planu Sartu, di Buggerru e dei villaggi collegati entrarono spontaneamente in sciopero.


Circa tremila lavoratori incrociarono le braccia. La scintilla scoccò proprio dal borgo sull’altopiano. Partirono scendendo compatti verso il centro minerario e i luoghi della protesta contro la Direzione, trascinando tutti gli altri.


Il 4 settembre 1904 la situazione precipitò. La direzione francese pretese l’intervento dell’esercito per stroncare la rivolta. Le tragiche vicende sfociarono nella violenza e nel sangue: i soldati aprirono il fuoco sugli operai manifestanti. Ci furono tre morti e numerosi feriti.


«Hanno sparato ad altezza d’uomo! Sui petti dei nostri uomini!», si gemeva tra le case in una prostrazione incredula.


Per il paese fu un trauma profondo.


Ma l’eccidio non rimase confinato a Buggerru: l’indignazione si diffuse rapidamente in tutta Italia e portò alla proclamazione del primo sciopero generale nazionale della storia italiana.


Da questo piccolo borgo minerario, arroccato tra le montagne e il mare, partì così una vicenda destinata a lasciare un segno indelebile nella storia del movimento dei lavoratori.

La vita riprese.


Fuori dalla miniera si cercava comunque un equilibrio fragile.


Accanto e a integrazione dell’attività estrattiva sopravvivevano marginalmente la pesca, un po’ di agricoltura e la pastorizia.


A Planu Sartu era presente soprattutto l’allevamento delle capre, capaci di nutrirsi anche nei terreni più poveri.


Per creare nuovi pascoli si incendiava la vegetazione intorno, nella speranza di favorire la ricrescita dell’erba.


Ma alla lunga, il più delle volte, restavano soltanto cenere, rocce nude e terreni maggiormente esposti al dilavamento.


Il pascolo tra le case (1910)
Il pascolo tra le case (1910)

I racconti degli anziani parlavano di montagne un tempo coperte da boschi di lecci e macchia fitta.


«Una volta qui era tutto verde, sino al mare», assicuravano gli anziani indicando i versanti ormai spogli.


Erano arrivati i carbonai, molti dei quali provenienti dalla Toscana. La facoltosa famiglia Modigliani di Livorno, quella del pittore Amedeo, aveva praticamente il monopolio della zona.


Tagliavano alberi e producevano carbone destinato alle attività minerarie e al commercio del legname. In pochi decenni il paesaggio cambiò profondamente e divenne sempre più povero e spoglio.


Anche per questo, lentamente, il paese iniziò a spostarsi verso il vallone costiero.


Là c’era più acqua, un clima meno duro e collegamenti più facili grazie al molo minerario.


Dopo la Prima guerra mondiale il sistema minerario conobbe la prima recessione. La produzione diminuì, alcuni cantieri vennero chiusi e la crisi mondiale del 1929 aggravò ulteriormente la situazione.


«Partiamo domani, qui non abbiamo più di che vivere», lamentavano tristemente le famiglie caricando le poche cose sui carri.


La gente che aveva creato dal nulla la comunità abbandonò le case costruite con tante privazioni.


Nel tempo, gli infissi e i tetti furono depredati o cedettero, lasciando i muri come muti testimoni dello sfacelo.


L’ultima bambina nata a Planu Sartu, registrata all’anagrafe nel 1927, fu Angela Sanna, poi sposata con Nino Galotto, mentre l'ultima storica residente nel borgo fu Tzia Sofia Ledda, tra il 1955 e il 1956, con il marito noto come Tziu Pirixeddu.


Perfino gli asinelli un tempo usati per il trasporto, abbandonati a se stessi, si dispersero in branchi, ormai liberi tra le rocce.


Oggi Planu Sartu appare come un villaggio fantasma sospeso sopra il mare.


Camminando tra i ruderi si ha la sensazione di attraversare un luogo senza tempo, rimasto in bilico tra memoria e abbandono. Lentischi, cisti, ginepri, ferule e agavi hanno riconquistato spazio tra i muri aperti dal maestrale.


Il pianoro e i ruderi (1979)
Il pianoro e i ruderi (1979)

Sotto i piedi riaffiorano continuamente tracce precise di vita quotidiana: vetri rotti, frammenti di ceramica, vecchie piastrelle, cocci di tegole.


Bastano pochi dettagli per immaginare un focolare acceso, il rumore delle stoviglie, il ritorno dei minatori al tramonto.


Ogni tanto, sempre più raramente, qualche discendente anziano ricorda nomi di famiglie, partenze, tragedie e infanzie consumate troppo presto. Non è soltanto nostalgia.


È memoria che cerca ancora un luogo dove restare tenacemente aggrappata.


Negli ultimi anni si è parlato spesso del recupero turistico di Planu Sartu.


Forse il futuro di questo luogo potrebbe davvero essere quello di un “Parco della memoria” capace di raccontare la storia mineraria senza trasformarla in una scenografia folcloristica, perché Planu Sartu non ha bisogno di trasformazioni invasive.


«Lasciamogli almeno la sua pace», verrebbe quasi da dire guardando il pianoro al tramonto.


Ha bisogno soprattutto di cura, rispetto e silenzio.


Perché questo altopiano non è soltanto un insieme di rovine: è la testimonianza concreta di un’epoca in cui la Sardegna veniva ancora una volta sfruttata e poi abbandonata, vissuta e costruita giorno dopo giorno da uomini e donne che forse non avevano alternative, ma che seppero resistere alle avversità con ostinata dignità, talvolta riuscendo persino a riscattarsi dal giogo che era stato loro imposto brutalmente.


Finché qualcuno continuerà a salire quassù, a guardare il mare dalla falesia e a riconoscere tra queste rovine qualcosa di profondamente umano, Planu Sartu non sarà davvero abbandonato.


Ciò che appare oggi un vuoto paese fantasma può diventare un monumento a cielo aperto alla resilienza, un’eredità viva che chiede solo di essere compresa e onorata per non morire mai davvero.


I ruderi oggi
I ruderi oggi

Fine


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Fonti e riferimenti bibliografici per chi volesse approfondire


  • Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna – Planu Sartu e Malfidano

  • ISPRA – Scheda tecnica e storica Miniera di Planu Sartu

  • Archivio Storico Minerario IGEA

  • Archivio di Stato di Iglesias – Fondo Miniere

  • F. Manis, “Una miniera: Buggerru”, Cooperativa Editoriale di Iglesias, 1992

  • S. Mezzolani – A. Simoncini, Sardegna da salvare. Paesaggi e architettura delle miniere, Archivio Fotografico Sardo, 1993.

  • Pagina Facebook “Amici di Buggerru e non solo – Renzo Licciardi”.

  • Onproductions, Sulle strade dell'avventura

  • Alcune fotografie gentilmente concesse dalla Famiglia Perrier, e di Elio Fadda e James Dryburgh

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