U’ BULLU: storie di mare e ricordi di famiglia a Buggerru
Di Carmen Licciardi
Buggerru, il mio paese, con un termine antropologico moderno si sarebbe dovuto definire un “non luogo”, ossia uno spazio di transito privo di identità storica e culturale.
In fondo è nato proprio così, per dare ricovero e ospitalità ai tanti lavoratori e, in seguito, alle loro famiglie che, alla fine dell’Ottocento, si sono avvicendati per faticare nelle gallerie e nelle miniere di Malfidano, Caitas e Planusartu.
Ma poiché non di solo pane vive l’Uomo, ben presto la comunità, tanto eterogenea, si aggregò e si unì, dando origine ad un vero e proprio paese.
Pur nella diversità della provenienza dei suoi abitanti, si è generato un “luogo” pieno di storia, di vita e di relazioni umane.
Tra le rocce e le asperità del ricco giacimento metallifero è sbocciato e cresciuto, con le sue strette vie e le case aggrappate ai fianchi della vallata, come un bellissimo fiore che nasce spontaneamente nel posto meno adatto.
È così che io vedo Buggerru... meraviglioso e raro esempio di villaggio minerario e marino al contempo. Il mare, appunto, la fa da padrone, tanto che quasi entrava nelle case prima della costruzione del porto.
Dal mare a Buggerru
E proprio dal mare arrivarono i miei nonni e bisnonni... chi da Gaeta, chi da Carloforte, con le loro piccole ma resistentissime imbarcazioni.
Attratti dal lavoro e spinti dall’indigenza, sbarcarono a Buggerru, forse per caso, e da qui non ripartirono più.
Crearono famiglie numerose e laboriose, unendosi alla popolazione locale, ben felici di considerarsi Sardi, ma senza mai dimenticare le loro tradizioni, le loro Feste, la loro parlata e la loro cucina, che in parte ci hanno tramandato.
Ancora oggi racconto ai miei figli e a chi ha la pazienza d’ascoltarmi i mille aneddoti, le storie e le storielle di famiglia. Spesso ci facciamo delle gran risate, alcune volte scende una lacrima per la nostalgia e il rimpianto per i tanti che non ci sono più.

Una frase, fra le innumerevoli, che ricorre fra noi fratelli e cugini, anch’essi innumerevoli, è questa:
“E U’ BULLU!?!...”
La storia di nonno Vincenzino
Nonno Vincenzino andava a pescare insieme ad un suo compare lungo la costa fuori Buggerru.
Aveva un canotto a remi e, per arrivare nel luogo di pesca, ci volevano tante vogate e tanto sudore.
Un giorno, remando lungo la costa, i due si misero prima a discutere e poi anche a bisticciare su dove fermarsi per calare la rete, "il Bollo", "u’ Bullu" in carlofortino.
Tutto questo senza smettere di remare per spostarsi da un punto all’altro: a Su Bonu Fundali, poi all’Isolotto degli Sbirri e infine alla Torre di Domestica.
Finalmente giunsero ad un accordo: la gettiamo qui!
Ma, al momento di agire, guardando fra la varia attrezzatura del canotto, disperato ed incredulo nonno pronunciò la fatidica frase: “E U’ BULLU???!!!”
La rete non c'era! “U’ Bullu” era rimasto a terra... se lo erano dimenticato sulla banchina del molo di Buggerru!
E via imprecazioni e accuse reciproche.
Quindi, dopo tanti sforzi e tanti affanni, non poterono pescare. E così, stupidamente, arrabbiatissimi e in un cupo silenzio ritornarono al molo senza la giornata di guadagno.
Ma nel ricordo e nella rievocazione del loro racconto, una volta a terra tutto si risolse con una sonora risata alla “napoletana”.
Per cui, quando qualcuno di noi si scorda qualcosa, ci scappa sempre il proverbiale
“E U’ BULLU??!”
che solo i familiari più stretti riescono a comprendere.
© 2026 Carmen Licciardi
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