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U’ BULLU: storie di mare e ricordi di famiglia a Buggerru

11 ore fa
Tempo di lettura: 3 min

Di Carmen Licciardi


Buggerru, il mio paese, con un termine antropologico moderno si sarebbe dovuto definire un “non luogo”, ossia uno spazio di transito privo di identità storica e culturale.

In fondo è nato proprio così, per dare ricovero e ospitalità ai tanti lavoratori e, in seguito, alle loro famiglie che, alla fine dell’Ottocento, si sono avvicendati per faticare nelle gallerie e nelle miniere di Malfidano, Caitas e Planusartu.


Ma poiché non di solo pane vive l’Uomo, ben presto la comunità, tanto eterogenea, si aggregò e si unì, dando origine ad un vero e proprio paese.

Pur nella diversità della provenienza dei suoi abitanti, si è generato un “luogo” pieno di storia, di vita e di relazioni umane.


Tra le rocce e le asperità del ricco giacimento metallifero è sbocciato e cresciuto, con le sue strette vie e le case aggrappate ai fianchi della vallata, come un bellissimo fiore che nasce spontaneamente nel posto meno adatto.


È così che io vedo Buggerru... meraviglioso e raro esempio di villaggio minerario e marino al contempo. Il mare, appunto, la fa da padrone, tanto che quasi entrava nelle case prima della costruzione del porto.


Dal mare a Buggerru


E proprio dal mare arrivarono i miei nonni e bisnonni... chi da Gaeta, chi da Carloforte, con le loro piccole ma resistentissime imbarcazioni.


Attratti dal lavoro e spinti dall’indigenza, sbarcarono a Buggerru, forse per caso, e da qui non ripartirono più.


Crearono famiglie numerose e laboriose, unendosi alla popolazione locale, ben felici di considerarsi Sardi, ma senza mai dimenticare le loro tradizioni, le loro Feste, la loro parlata e la loro cucina, che in parte ci hanno tramandato.


Ancora oggi racconto ai miei figli e a chi ha la pazienza d’ascoltarmi i mille aneddoti, le storie e le storielle di famiglia. Spesso ci facciamo delle gran risate, alcune volte scende una lacrima per la nostalgia e il rimpianto per i tanti che non ci sono più.


Alla ricerca di dove gettare la rete
Alla ricerca di dove gettare la rete

Una frase, fra le innumerevoli, che ricorre fra noi fratelli e cugini, anch’essi innumerevoli, è questa:


“E U’ BULLU!?!...”


La storia di nonno Vincenzino


Nonno Vincenzino andava a pescare insieme ad un suo compare lungo la costa fuori Buggerru.


Aveva un canotto a remi e, per arrivare nel luogo di pesca, ci volevano tante vogate e tanto sudore.

Un giorno, remando lungo la costa, i due si misero prima a discutere e poi anche a bisticciare su dove fermarsi per calare la rete, "il Bollo", "u’ Bullu" in carlofortino.


Tutto questo senza smettere di remare per spostarsi da un punto all’altro: a Su Bonu Fundali, poi all’Isolotto degli Sbirri e infine alla Torre di Domestica.

Finalmente giunsero ad un accordo: la gettiamo qui!


Ma, al momento di agire, guardando fra la varia attrezzatura del canotto, disperato ed incredulo nonno pronunciò la fatidica frase: “E UBULLU???!!!


La rete non c'era! “U’ Bullu” era rimasto a terra... se lo erano dimenticato sulla banchina del molo di Buggerru!

E via imprecazioni e accuse reciproche.


Quindi, dopo tanti sforzi e tanti affanni, non poterono pescare. E così, stupidamente, arrabbiatissimi e in un cupo silenzio ritornarono al molo senza la giornata di guadagno.


Ma nel ricordo e nella rievocazione del loro racconto, una volta a terra tutto si risolse con una sonora risata alla “napoletana”.


Per cui, quando qualcuno di noi si scorda qualcosa, ci scappa sempre il proverbiale

“E U’ BULLU??!”

che solo i familiari più stretti riescono a comprendere.




© 2026 Carmen Licciardi

I testi pubblicati in “Memoria narrata” restano di proprietà dei rispettivi autori. La pubblicazione sul sito di Viviamo Buggerru è effettuata con la loro autorizzazione a titolo gratuito.

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