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Rubrica memorie di Buggerru - Il dovere di ricordare - Punti sparsi e fili invisibili della Memoria e della Storia - Luglio 2026 - La Porta Aperta

di Renzo Licciardi


Da ormai un anno la rubrica accompagna i lettori di queste pagine in un viaggio nel passato della nostra comunità. Non per nostalgia, ma per responsabilità.

Raccontare la memoria, infatti, non significa soltanto ricordare ciò che è stato: significa dare profondità al presente e offrire alle nuove generazioni strumenti per comprendere meglio la propria identità.

 

Negli ultimi anni le neuroscienze e la biologia hanno aperto scenari che, fino a poco tempo fa, sembravano appartenere più alla filosofia che alla scienza.

Oggi sappiamo che ogni esperienza lascia nel cervello una traccia fisica, una sorta di impronta biologica della memoria.

I neuroscienziati la chiamano engramma: è l'insieme delle connessioni neuronali che permette a un ricordo di conservarsi e di essere richiamato nel tempo.

Anche l'epigenetica sta studiando come esperienze particolarmente intense possano lasciare segni biologici nella composizione del DNA capaci di influenzare, almeno in parte, le generazioni successive.


Questo non significa che ereditiamo i ricordi dei nostri antenati, ma che nessuno nasce completamente separato dalla storia di chi lo ha preceduto. Ognuno di noi riceve un'eredità culturale ed emotiva che passa attraverso il linguaggio, le tradizioni, i comportamenti, e qui sta la novità, in parte anche attraverso quei meccanismi biologici di ereditarieta' che la ricerca sta esplorando.

È come se ogni generazione ricevesse un testimone invisibile: non una memoria già scritta, ma una predisposizione genetica nel riconoscere ciò che appartiene alla propria identità collettiva. Per questo coltivare la memoria non significa soltanto conservare il passato, ma mantenere vivo il filo che unisce le generazioni.



Sotto questo aspetto, la memoria non è quindi solo un semplice archivio di ricordi: è una delle materie prime con cui si costruiscono l'identità di un popolo e la coscienza del suo futuro.

 

La genialità dell'intellettuale Sergio Atzeni, scomparso nel 1995 a soli 42 anni nel mare di Carloforte, aveva colto questa verità e l'aveva trasfigurata in racconto nel suo straordinario romanzo mitologico "Passavamo sulla terra leggeri", una narrazione che affonda nelle origini e nell'identità più profonda della sardità.

Al centro della trama avvincente vi sono i “Custodi del Tempo”, uomini scelti fin dalla giovinezza per custodire il bene più prezioso di un popolo: la propria memoria. 

Non conservavano libri né iscrizioni. Portavano dentro di sé la storia della Sardegna, imparata e memorizzata parola dopo parola e trasmessa con assoluta fedeltà ai nuovi custodi destinati a raccoglierne l'eredità. Erano la memoria vivente della comunità: custodivano origini, battaglie, miti, genealogie e leggende che davano senso all'identità dei "S'Ard", “I Danzatori delle Stelle", “Gli Uomini Rossi”.

Così, nella narrazione, il Grande Racconto attraversava i secoli, dalle origini leggendarie fino alla caduta del Giudicato d'Arborea nel 1409, considerato probabilmente come l'ultimo atto di autodeterminazionre dei sardi, affinché il tempo non cancellasse mai il ricordo di ciò che quel popolo era stato.



Ma proprio perché la memoria contribuisce a costruire l'identità di una comunità, è importante distinguere tra memoria storica e Storia. La differenza è sottile, ma fondamentale. Non riguarda soltanto le parole: riguarda il modo in cui osserviamo e raccontiamo il passato.


La Storia, con la "S" maiuscola, è il racconto costruito con metodo. Si fonda sulle fonti, le confronta criticamente e cerca di ricostruire gli eventi nel modo più rigoroso possibile. È inevitabilmente selettiva, perché deve scegliere quali fatti siano realmente significativi. Per questo rappresenta una costruzione collettiva guidata dal metodo e dalla ricerca dell'oggettività.

 

La memoria storica, invece, è più spontanea e frammentaria. Vive nei racconti di famiglia, nelle fotografie, nei ricordi personali, nei documenti ritrovati per caso, nelle testimonianze degli anziani. Custodisce quei dettagli che spesso non trovano spazio nei libri di storia ma che raccontano, forse meglio di ogni altra cosa, l'anima di una comunità.

 

È proprio questo lo spazio in cui si inseriscono le pagine social dedicate al passato o le due sezioni del sito di Viviamo Buggerru: questa rubrica nella Porta Aperta e soprattutto l'Archivio della Memoria Viva.


Non hanno la pretesa di sostituirsi alla Storia né di offrire una ricostruzione definitiva del passato del paese. Accettano invece la natura aperta e incompleta della memoria, raccogliendo frammenti che, insieme, contribuiscono a ricomporre il mosaico della nostra identità. 

La memoria storica è infatti un processo in continua costruzione.


L'esempio che segue riguarda proprio un evento accaduto a Buggerru.

Il filmato racconta i tragici fatti dell'Eccidio dei minatori del 4 settembre 1904 attraverso la preziosa testimonianza diretta di Tziu Battistinu Farris, che quei giorni li visse da ragazzo.

L'intervista, provvidenzialmente registrata nel 1979 dai giovani di Prima Radio Buggerru e successivamente montata nel 2013 arricchita con immagini storiche, rappresenta un documento di straordinario valore, nel quale memoria e Storia si incontrano, si intrecciano completandosi e dialogando tra loro. 


Buona visione.



Battista Farris con i nipotini Gianni e Marco
Battista Farris con i nipotini Gianni e Marco

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