Come raccontare Buggerru... e perché? - Agosto 2026 - La Porta Aperta
- Viviamo Buggerru

- 2 giorni fa
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Aggiornamento: 1 giorno fa
di Renzo Licciardi

Uno spunto di riflessione, ma anche di sana autocritica, scaturito dopo una franca discussione tra amici alla fine di una serata letteraria e musicale ai Forni di Calcinazione dedicata a un libro e a un racconto su Buggerru.
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La bella serata sotto le stelle d'agosto forse non sarebbe stata la stessa senza quel fresco maestrale che a Buggerru sembra arrivare apposta per rimettere in ordine le cose dopo il caldo eccezionale del giorno, soprattutto di questi tempi.
Ai suggestivi ruderi restaurati dei vecchi forni di calcinazione c'era gente venuta per ascoltare, per incontrarsi, per le musiche e danze, e parlare di un libro con il bel racconto di Buggerru " La piccola Parigi dei faraglioni" di Anna Bertini.
C'erano buggerrai e c'erano persone venute da fuori. Anzi, a guardarsi attorno, queste ultime erano la maggioranza. E proprio questo lasciava aperta una domanda:
Come raccontare Buggerru... e perché?

La domanda può sembrare perfino inutile. Un paese appartiene a tutti, chiunque può avere piacere e interesse a narrarne le sue vicende, ciascuno con il proprio stile. Verrebbe spontaneo rispondere così.
Ma non è per niente così semplice. Schematizzando e generalizzando un po', e di questo mi scuso, si potrebbero individuare almeno tre possibili punti di vista per vederlo, viverlo e raccontarlo.
Il primo.
C'è chi a Buggerru è nato e porta dentro di sé luoghi e persone senza neppure accorgersene.
Conosce il paese attraverso una geografia che non compare sulle carte: sa dove abitava una famiglia, ricorda una bottega scomparsa, una discesa verso il mare, un soprannome, una storia sentita cento volte dagli anziani.
E dietro una galleria murata non vede soltanto una vecchia miniera: può vedere un padre, un nonno, qualcuno che tornava a casa con la polvere addosso.
Questa memoria difficilmente si trova e s'impara sui libri.
Il secondo.
Ma c'è anche chi a Buggerru non è nato e un giorno ha deciso di fermarsi, per qualche tempo.
È arrivato magari per caso, per lavoro, per amore o semplicemente perché questo luogo gli è entrato dentro.
Alcuni sono qui ormai da anni, partecipano alla vita del paese, organizzano iniziative, studiano la sua storia, cercano documenti, scrivono.
Qualche volta vedono ciò che noi, per troppa abitudine, non vediamo più.
Possiamo davvero considerarli per sempre "strangius", "forestieri"?
Sicuramente no.
L'appartenenza non è soltanto una questione anagrafica. Si può nascere in un luogo senza sentirne alcuna responsabilità e si può arrivare dal mare, come un tempo arrivarono tanti altri, e scegliere di prendersene cura.
Ma ritorniamo all'evento dei Forni e a un fatto che mi ha spinto alla pubblicazione dell'articolo.
Alla fine della serata, nel piazzale, è nata una discussione tra amici buggerrai. Insieme agli apprezzamenti dell'evento, qualcuno ha tirato fuori una domanda: "si può raccontare fedelmente Buggerru senza mai parlare con qualche ex minatore o scendere in una galleria?".
Ponendo il dubbio se chi viene da fuori, magari perché eventualmente possiede strumenti culturali, capacità comunicative o uno sguardo più distaccato, possa automaticamente diventare colui che spiega Buggerru, anche agli stessi buggerrai.
Qui nasce una dissonanza che vale la pena ascoltare e approfondire, senza trasformarla in una sterile contrapposizione tra "noi" e "loro".
Diciamo subito che una comunità che rinuncia a raccontarsi finisce inevitabilmente per essere raccontata dagli altri.
E non sempre gli altri, anche quando sono animati dalle migliori intenzioni, possiedono tutte le parole necessarie.
Un libro, un racconto, scritti da "esterni", mi si lasci passare il termine, possono ricostruire perfettamente una vicenda mineraria o letteraria. Si può descrivere una laveria, una galleria, il rumore degli argani, le condizioni di lavoro, la vita sociale.
Ma poi basta sedersi accanto a un vecchio minatore o a un anziano pescatore perché improvvisamente tutto cambi.
Una pausa mentre racconta, una parola in sardo, il ricordo di un compagno, una paura mai confessata, una battuta pronunciata per alleggerire qualcosa che leggero non era.
È lì che il contatto diventa memoria e non più semplice ricerca documentale o cronaca.
Ed è questo il patrimonio che rischiamo maggiormente di perdere.
Le generazioni che hanno conosciuto direttamente l'ultima Buggerru mineraria stanno lentamente scomparendo. Con loro non se ne vanno soltanto informazioni: scompaiono voci, modi di dire, gesti, emozioni e una maniera di guardare il mondo che nessun libro potrà ricostruire completamente.
Per questo essere protagonisti della propria narrazione è importantissimo, e al tempo stesso non significa poterne rivendicare un'esclusiva.
Significa non temere di prendere la parola ma anche imparare ad ascoltare chi Buggerru l'ha scelta con il cuore.
Il punto d'incontro è proprio questo: chi viene da fuori può offrirci uno sguardo che non abbiamo; chi è nato qui può consegnargli ciò che da fuori è impossibile conoscere.
Nessun maestro, nessun allievo.
Piuttosto due sguardi che si incontrano sullo stesso luogo. E questo, va detto, è stato dichiarato anche sul palco ai Forni e riportato nel racconto.
Il terzo.
Ritornando a quella schematica suddivisione del paese, esiste un terzo sguardo, del quale non ci possiamo dimenticare.
È quello di chi arriva e domani ripartirà.
Immaginiamo un turista che quella sera sia capitato ai vecchi forni quasi per caso. Ha trascorso la giornata tra Cala Domestica, San Nicolò o lungo la costa.
Magari viaggia senza fretta, appartiene a quel turismo lento che cerca sempre meno il luogo da consumare e sempre più il luogo da comprendere.
Si siede tra il pubblico.
Non conosce le nostre discussioni.
Non sa chi è nato qui e chi è arrivato qualche anno fa.
Non conosce parentele, vecchie divisioni, simpatie e diffidenze.
Ascolta.
Per lui Buggerru è ancora soprattutto ciò che ha visto poche ore prima: le montagne che precipitano verso il mare, le rocce, le gallerie, le case raccolte nella valle, una strada che improvvisamente si apre sull'azzurro.
Ma durante una serata come quella può accadere qualcosa.
Può capire che dietro quel paesaggio esistono uomini e donne.
Che quelle montagne sono state scavate.
Che quel mare è un faticoso lavoro prima ancora che vacanza.
Che certe strade conducevano alle miniere e non ai belvedere.
Che dietro una rovina industriale esistono vite, fatiche, conflitti, partenze, ritorni.
Forse è proprio questo che cerca oggi una parte crescente dei viaggiatori: non soltanto qualcosa da fotografare, ma qualcosa da portare via nella memoria.
E allora una presentazione letteraria, una serata musicale, una testimonianza di un minatore, gli aneddoti raccontati in pubblico dai pescatori, un racconto pronunciato da chi qui è nato o da chi qui ha scelto di vivere diventano parte dello stesso viaggio.
Il turismo lento comincia esattamente quando il visitatore smette di attraversare un luogo e comincia, almeno per qualche ora, ad abitarlo.
Per questo le nostre manifestazioni estive buggerraie hanno un valore che va oltre il numero delle sedie occupate, e, paradossalmente, mi verrebbe da pensare, anche oltre il livello stesso dell'evento.
Sono occasioni nelle quali un paese decide quale immagine dare di sé. Forse una più "patinata e spettacolare" o una più "identitaria e autentica"? Probabilmente entrambe.
E poi dovremmo domandarci più spesso se, in quelle occasioni, la voce della comunità sia abbastanza presente.
Non per escludere gli altri.
Al contrario.
Per avere qualcosa di autentico da condividere.
Conclusioni.
Alla fine della serata il maestrale continuava a passare tra le persone e le conversazioni andavano sfumando oltre il programma ufficiale.
Ed è anche quella un'immagine bella da conservare.
Un paese non è fatto soltanto da chi vi è nato.
È fatto da chi ricorda, da chi resta, da chi ritorna, da chi arriva e decide di fermarsi.
Persino da chi passa per pochi giorni e, tornando a casa, racconterà agli altri ciò che ha visto.
Ma c'è una responsabilità che rimane soprattutto nostra e non possiamo delegare: Buggerru deve continuare sempre di più a riconoscersi e raccontarsi, come comunità.
Prima che certe voci si spengano.
Prima che rimangano soltanto le fotografie sbiadite.
Prima che qualcuno, un giorno, debba venire da lontano per raccontarci chi siamo stati.
E forse anche chi siamo.


Ciao Renzo, molto bello l'articolo. Sono Piero di Bergamo, un vecchio amico di Toni e Gianni, conosciuti molti anni fa quando facevano campeggio libero a Capopecora. Poi ad anni alterni abbiamo continuato a frequentare questo meraviglioso paese ... spero di poterti conoscere in una delle future visite. Ciao Piero
Il livello di confronto all’interno della comunità si sta alzando, ne sono la dimostrazione questi ultimi due articoli ( ringrazio gli autori) mettere al centro la comunità rendendola coesa e fiduciosa nei propri mezzi, e’ e sarà l’obiettivo del lavoro che è stato iniziato. I germogli si vedono , grazie