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Dove siamo noi?-Agosto 2026 -La Porta Aperta

di Ilenia Puggioni


A Buggerru, forse, l’espressione “quelli che vengono da fuori” dovrebbe suonare quantomeno curiosa.


Perché Buggerru, a guardare bene la sua storia, è un paese costruito anche da quelli che venivano da fuori.


Nasce e cresce nella seconda metà dell’Ottocento attorno alle miniere di Malfidano.


La Société des Mines de Malfidano era sostenuta da capitali francesi. Altre società straniere, tra cui una con sede a Bruxelles, partecipavano alle attività legate alla lavorazione del minerale.


Poi arrivarono dirigenti.


Tecnici.


Operai specializzati.


Minatori.


Persone provenienti da diversi paesi della Sardegna, dal resto d’Italia e dall’Europa.


Il paese prese forma attorno a questa mescolanza.


Una comunità che si forma con chi arriva da altrove.


In un paese con una storia simile, il concetto di “forestiero” dovrebbe essere complicato da maneggiare.


E invece.


Dove siamo noi?


Disertiamo gli spazi comuni, ma continuiamo a sentirli nostri abbastanza da giudicare chi prova a occuparli.


Ci sono frasi che ritornano con una puntualità rassicurante.


Cambiano le occasioni.

Cambiano i protagonisti.

La frase, più o meno, resta quella.


«Questi arrivano da fuori e vogliono insegnarci a fare le cose.»


Questi.


Da fuori.


E poi noi.


Il confine è tracciato.


Solo che questo noi, a guardarlo bene, qualche volta è difficile trovarlo.


Lo cerchi alle manifestazioni.


Alle riunioni.


Nelle iniziative.


Quando qualcuno prova a organizzare qualcosa.


Quando servirebbero idee, tempo, presenza, perfino una semplice sedia occupata.


E spesso il noi non c’è.


Ci sono posti vuoti.


Qualche adesione.


Le solite persone.


Poi arriva qualcuno da fuori.


Porta un’idea.

Un progetto.

Una manifestazione.


Magari sbaglia.


Magari non conosce abbastanza il paese, la sua storia, le sue abitudini.


Magari qualcosa potrebbe essere fatto meglio.


Ed ecco che improvvisamente ci ricordiamo di essere custodi di un patrimonio.


«Noi queste cose le abbiamo sempre fatte.»


«Noi sappiamo come funziona.»


«Questi vengono qui a insegnarci…»


Ed è curioso.


Perché sapere come si fanno le cose dovrebbe implicare, prima o poi, farle.


Un paese non si possiede per diritto di nascita.


Non basta conoscere i cognomi delle famiglie, ricordare com’era una strada trent’anni fa o sapere quale soprannome appartiene a chi.


L’appartenenza non è una rendita.


Richiede presenza.


Cura.


Responsabilità.


Persino fatica.


E invece abbiamo sviluppato una forma particolare di appartenenza: quella ai margini.


Osserviamo.


Commentiamo.


Giudichiamo.


Qualche volta aspettiamo persino che le cose vadano male per poter dire che lo sapevamo.


Partecipare è molto più complicato.


Significa esporsi.


Significa proporre qualcosa e accettare che venga criticato.


Significa dedicare tempo senza sapere se qualcuno ti ringrazierà.


Significa anche collaborare con persone con cui non siamo d’accordo su tutto.


Forse è proprio questo che ci costa.


Perché lamentarsi di un paese che non offre nulla è semplice.


Contribuire a costruire qualcosa richiede uno sforzo diverso.


E allora succede che gli spazi lasciati vuoti, prima o poi, vengono occupati.


È inevitabile.


E non c’è necessariamente un’invasione in questo.


A volte c’è soltanto un vuoto.


Il nostro.


Questo non significa che chi arriva da fuori abbia sempre ragione.


Non significa rinunciare alla nostra storia o accettare qualunque cosa venga proposta.


Al contrario.


Significa capire che il modo migliore per difendere ciò che sentiamo nostro non è stare alla finestra a rivendicarne la proprietà.


È esserci.


Un paese vivo non è quello nel quale tutti la pensano allo stesso modo.


È quello in cui abbastanza persone sentono ancora che valga la pena discutere, proporre, partecipare.


Anche scontrarsi, se serve.


Ma esserci.


Perché forse il problema non è che arrivino “quelli da fuori”.


Forse, qualche volta, dovremmo chiederci:


“dove siamo noi?”

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