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Rubrica:I racconti di Carlo-Di mare e di uomini-Maggio 2026 -La Porta Aperta

Di Mare e di Uomini

di Carlo Plaisant


    Da Tabarka provengono, uno scoglio lontano, con nelle

      vene dei liguri il mare, e approdan su un’isola, il regno dei

      falchi, di coste e falesie.


      L’han  battezzata con il nome di Pietro, il Santo e

      l’Apostolo a cui son devoti le genti di mare, che han

      lasciato la pesca di pesci e coralli chè dai pozzi e miniere

      compar la ricchezza.


     Da trasferire dagli approdi lontani e dai piccoli moli con le

     loro flottiglie, quei piccoli gusci dalla vela latina che han

     lasciato le reti per portar minerale: le bilancelle, filanti e

     leggere che sfidano il mare.


    L’ impronte delle scie, sull’acqua lasciate, da quegli scafi di

    legno che la brezza sospinge, disegnan sul golfo dei bizzarri

    ricami, con il colore del bianco dei fazzoletti di

    vela, d’abbagliante bellezza.


    Con grande perizia e tanto coraggio quei marinai, per il

    pane poche lire, sfidan delle onde i perigli, che si fan

    minacciose, con l’acqua  che sale ad attraversar le

    ombrinali  e sommerge la prua, lambisce la stiva e fin i

    boccaporti, a minacciar un naufragio.


   Sempre di corsa, dall’alba al tramonto, per mare, magazzini

   e pontili, sulle assi di legno e le coffe pesanti, piagate le

   spalle e la schiena dai liquami e dagli acidi di quei

   minerali, con la fatica e l’affanno a coprir sofferenza e

   lamenti.   


   Son carolini i battellieri, marinai provetti e uomini veri, e

   per quel  nuovo lavoro, come la gente li chiama, quei

   pescatori  diventan galanzieri.


   Ma pure ciurme da corsa sono chiamati e formiche del

   mare e, per l’inceder veloce e in equilibrio, su quelle

   instabili tavole su banchine e pontili, un nuovo nome che li

   ricorda come facchini, ma corridori.


   Caparbi e ostinati, al sacrificio votati, son testimoni delle

   miniere che prosperano, in un golfo imponente che

   autostrada diventa per quel brulicar di navigli, che si contan

   duecento e ancora di più.


    Hanno scritto una storia, quella nostra più vera, per oltre

    cent’anni, di dolorose sconfitte ma di conquiste sociali

    e d’integrazion delle genti.


    Ci racconta di un popolo, con il mare nel sangue, che la

    sofferenza han patito, d’impavidi uomini, una barca per

    casa, di cime e gomene, di remi e di vele, che non han la

    testa chinato e che, per dovere e memoria, dobbiam

    ricordare, con gratitudine eterna e un infinito rispetto.

     

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