Quando venivo in vacanza a San Nicolò
Aggiornamento: 7 giorni fa
Di Pino Vistosu
Quando venivo in vacanza a San Nicolò, forse avevo nove anni, forse meno, occupavo il primo posto sul pullman di linea, a fianco all’autista.
Era lì che mamma mi piazzava alla stazione di partenza di Cagliari, raccomandandomi all’autista che mi guardasse durante il lungo tragitto, perché sarei rimasto in quel posto sino quasi al capolinea e sarei sceso presso il "Radar" di San Nicolò.
Così anche quel giorno stetti a guardare la strada che scorreva, le persone salivano e scendevano e l’autista ogni tanto mi guardava di sottecchi e mi lanciava uno sguardo condiscendente.
Arrivati a Fluminimaggiore restarono sul pullman solo coloro che andavano a Buggerru.
A questo punto la signora seduta dietro di me si sentì in dovere di chiedermi di chi fossi ed io esposi il mio lasciapassare.
“Sono Pino, figlio di Maria Cardella” e lei di rimando “Allora vai dalle tue zie…”
“Sì!”, risposi, e anche gli altri viaggiatori li vidi soddisfatti e quasi sorridenti nei miei confronti, almeno, così mi parve.
La strada bianca e il Radar di San Nicolò
Eravamo alla fine degli anni Cinquanta e dal bivio dopo Fluminimaggiore la strada era bianca e sassosa; il polverone che la macchina sollevava quasi ci precedeva. Ma ero felice perché sapevo che il viaggio era alla fine e, quando superammo le canne della foce e il pullman prese l’ultima curva prima del rettilineo che fiancheggia la spiaggia, mi si aprì il cuore.
Aguzzando la vista, nel balenio del mare, intravidi il 'Radar' e mi misi in piedi con il mio piccolo bagaglio in una mano, mentre con l’altra mi tenevo al sedile. Alla fine del rettilineo, il pullman svoltava sulla sinistra ed affrontava due o tre curve in salita, nascosto tra le lunghe canne della sorgente di San Nicolò, e arrancando vibrava il clacson che avvisava gli abitanti della piccola comunità del suo arrivo. Il pullman si fermò proprio di fronte al Radar.
L’autista mi guardò dicendo: “Sei arrivato”, ma io avevo già un piede sul gradino, “Sì, grazie, e buonasera”, con i piedi già a terra.
Il pullman sbuffò, un’altra folata di polvere e riprese la strada per Buggerru.

Lo stravagante Zio Giorgio
Per arrivare all’orto dei Cardella dovevo attraversare, prendere la stradina della Madonnina e andare in discesa sino al cancello dell’orto. La casa di zio Giorgio, sposato con la sorella di nonno Cardella, era dalla parte opposta della strada. Lui era proprio lì, sull’uscio, in piedi con le mani in tasca, il viso abbronzato segnato dalle rughe. Mi guardava mentre attraversavo ed io guardavo lui, intimidito dal suo carattere che definirei scontroso, essenziale, insomma poco accogliente nei confronti di chiunque, bambini compresi.
Arrivato ai suoi pressi dissi un timido “Ciao” e lui, asciutto, “Chi sei?”
“Pino, figlio di Maria Cardella.”
“Ah. Cammina veloce, che tra un po’ sarà buio.”
Risposi con un veloce “Va bene” e altrettanto veloce “Ciao”, e andai verso la Madonnina.
Il pergolato e l’orto
Quasi di corsa, dopo un paio di cento metri arrivai al cancello dell’orto e subito sotto il pergolato che correva per un altro centinaio di metri sino alla casa dei miei zii. Attraversare il piccolo ponte sopra lo scorrere dell’acqua della sorgente meritava una piccola sosta di meraviglia. Le zie mi accolsero come sempre con grandi baci e abbracci, e i miei piccoli cugini con gli occhi curiosi mi guardavano da basso con affetto malcelato.
La mattina successiva mi svegliai e rimasi a letto sino a che una zia non venne a chiamarmi. Mentre facevo colazione con i miei cugini non vedevo l’ora di terminare, per potere fare un giro nell’orto: vedere i conigli nel cortile e lanciargli qualche verdura fresca, le galline starnazzanti nel pollaio a fianco alla stalla, e l’acqua che scorreva nei canali per annaffiare le verdure nei filari dell’orto.
Una bellezza anche per me bambino, lo trovavo un posto meraviglioso.

La commissione
Quella mattina sentivo le mie zie che chiacchieravano tra loro. Spesso regalavano uova al poco vicinato e l’una pensava che ne avesse l’altra.
Avendo scoperto di esserne sprovviste… “Ma non ci capiterà più” si dissero, mi chiamarono per darmi una commissione.
“Pino, sai dove abita zio Giorgio?”
“Certo!”
“Bravo. Dovresti andare da lui e dirgli che ci servono sei uova, o quelle che ha. Ne ha sempre, cosa vuoi che consumino in due. Va bene, ora vai: sei uova!”
A me, e non solo a me, zio Giorgio intimidiva. Quando entravo in casa sua speravo sempre che ci fosse zia Giovannina, che mi accoglieva sorridente e pescava dalle capienti tasche del suo grembiule almeno una caramella. Però quella mattina non fu così.
Mentre andavo verso la loro casa mi ripetevo mentalmente: “Sei uova, sei uova, sei uova.”
Salii la breve salita dalla strada alla casa. Il tempo di sollevare lo sguardo ed incontrai il suo: era lì, con le mani in tasca come il giorno prima. Zia Giovannina non apparve.
Emisi uno strozzato “Ciao” e lui disse una specie di “Ciao.”
Restammo qualche istante a guardarci, poi mi chiese: “Cosa vuoi?”
Tra noi bambini oramai zio Giorgio era lo zio scorbutico, che quando parlava era da interpretare perché mischiava un po’ di lingue che conosceva, si diceva.
Ed era rarissimo sentirlo ridere. Per noi bimbi: un musone.
Quel "cosa vuoi" mi risuonò talmente male che risposi: “Niente!”
E girai i tacchi veloce. Guardai di sfuggita la Madonnina ed arrivai al cancello e poi a casa delle zie, tutto accaldato e agitato.
Non parlavo e non mi ero preparato nessuna scusa, tipo “Sono cadute? Tutte?", "Sono cadute!”, pensavo e speravo. O magari "Mi sono sbucciato le ginocchia... con anche sangue”.
Insomma, le mie zie mi guardarono e mi chiesero all’unisono: “LE UOVA?”
“Mi ha detto che non ne aveva…”
Le zie mi guardarono costernate, dicendo che non era possibile.
“Chissà cosa gli è preso. C’era zia Giovannina?”
“No, non c’era.”
Ripeterono: “Ma chissà perché non te ne ha dato, con tutte quelle che hanno…”
Povero zio Giorgio.
L’episodio è passato quasi per un suo dispetto, perché poi il suo carattere burbero aveva giocato a me un brutto scherzo, e il suo stesso carattere aveva contribuito all’equivoco.

Ciao, zio Giorgio
© 2026 Giuseppe Vistosu
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