Manifesto per una educazione che include- Febbraio 2026 - La Porta Aperta
- Viviamo Buggerru

- 4 ore fa
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D: Che cosa significa per te educare?
R: Educare non è riempire, educare è riconoscere persone.
Per me educare significa guardare davvero, ascoltare fino in fondo, accogliere ciò che spesso non trova parole.
Ogni bambino e ogni adolescente porta con sé una storia, una fatica, un talento. Non esistono alunni “difficili”: esistono alunni che chiedono di essere compresi. La mia professione nasce nel mondo
educativo, molto prima di entrare in aula come docente. Sono stata educatrice scolastica ed extra scolastica e mi sono presa cura di bambini e ragazzi con diverse disabilità dentro e fuori dalla scuola.
Da loro ho imparato che la vera inclusione non è un progetto, ma una scelta quotidiana. Oggi sono docente per le attività di sostegno, sempre più chiamata docente per l’inclusione. Questo non è soltanto un cambio di nome: è un cambio di visione. Non lavoro “per uno”, ma per tutti. La docente per l’inclusione è docente di classe.
Agisce a favore di ciascun alunno, non solo di chi ha una certificazione. Per questo affermo con forza che la docente specializzata per l’inclusione dovrebbe essere presente in ogni classe. Perché ogni alunno, nessuno escluso, prima o poi, ha bisogno di essere sostenuto. Perché l’inclusione non è un’eccezione: è un diritto.
Questo ruolo, oggi, è ancora sottovalutato, frainteso, e dai più ignoranti, non è rispettato. Eppure è il cuore pulsante di una scuola che vuole dirsi davvero umana e di qualità. Io credo in una scuola che non seleziona, ma abbraccia.
Che non etichetta, ma libera.
Che non si limita a “integrare”, ma trasforma.
Educare significa esserci. Non sopra. Non davanti. Accanto. E io scelgo, ogni giorno, di stare lì.
D: Osservando i bambini di Buggerru oggi, come li definiresti?
R: Una generazione senza campo rispetto ai ragazzi della mia generazione. I bambini e i giovani di oggi non hanno avuto la possibilità di vivere lo sport dentro il proprio paese.
Non hanno conosciuto l’emozione di indossare una maglia che rappresenta la squadra del proprio luogo, di sentirsi parte di qualcosa che non è solo sport, ma identità, appartenenza, orgoglio.
Non hanno partecipato a tornei estivi, a gare, a partite improvvisate nei campi o nella piazza della chiesa, a quelle sfide che per me non erano solo competizione, ma crescita, amicizia, rispetto delle regole, condivisione.
A differenza delle generazioni precedenti sono
stati privati di esperienze semplici e profondamente educative, che per noi erano la normalità e che oggi, tristemente, si sono estinte.
Mi addolora pensare che non possono più provare quelle emozioni che hanno
formato il nostro carattere, che ci hanno insegnato a perdere e a rialzarci, a vincere con umiltà, a camminare insieme. Purtroppo non ci sono più le società sportive, ma non è solo sport quello che manca.
E’ uno spazio di crescita.
E’ una parte di comunità che si è spenta, e questo silenzio pesa più di quanto immaginiamo.
D: Tu hai vissuto la tua infanzia e adolescenza a Buggerru. Qual è lo spazio fisico al quale sei più
affezionata?
R: Senza dubbio l’asilo delle suore Principe di Piemonte. Ovvero l’attuale Eco Ostello, oggi adibito a struttura ricettiva per i pellegrini del Cammino di Santa Barbara. Quando un luogo è di tutti non può diventare di pochi.
La mia infanzia, come quella di tante ragazze e ragazzi della mia generazione (e di quelle
precedenti) è stata profondamente legata a quel luogo che per noi non era solo una scuola, ma una seconda casa.
Nel nostro paese questo asilo era gestito dalle suore dell’ordine di San Vincenzo de’ Paoli.
Era una struttura imponente, quasi una reggia: aule, saloni, una cappella, giardini e orticelli vari, la residenza delle suore, una sala dove si imparava a lavorare all’uncinetto, e, nella parte più alta, un grande salone con proscenio, il “laboratorio di suor Maria”, dove per anni si sono svolte recite, feste e persino ricevimenti di comunioni, cresime e matrimoni. Lì non siamo cresciuti solo come alunni, ma come persone. Io stessa sono
stata prima alunna, poi – a ventidue anni- ho avuto il primo incarico da insegnante, e ho avuto il privilegio di lavorare accanto a suor Elena. Conservo uno splendido ricordo di suor Elisa, suor Gabriella, suor Agostina: maestre di vita per intere generazioni.
Quel luogo non era fatto di mura: era fatto di voci, giochi, preghiere, risate e sogni. Nel cortile pattinavamo, giocavamo nelle giostre, a pallavolo, nella sala facevamo
il catechismo, trascorrevamo interi pomeriggi.
Era il nostro punto di riferimento.
Oggi quello spazio è accessibile solo ai pellegrini del Cammino di Santa Barbara.
E allora mi chiedo: non sarebbe stato possibile fare una scelta più giusta per tutta la comunità? Perché non destinare quella struttura anche a : un centro di aggregazione per i giovani? Una sede per le associazioni culturali? Uno spazio per feste, eventi, pranzi solidali, un luogo per chi è solo e ha bisogno di sentirsi parte di qualcosa?
Considerata l’ampiezza della struttura, lo spazio per i pellegrini sarebbe comunque rimasto.
Non sono contraria allo sviluppo turistico, anzi…Ma credo che non si possa crescere davvero se si perde di vista il tessuto sociale di una comunità.
Privare tutti di un luogo così carico di storia, memoria e affetto è una ferita.
Quegli spazi, secondo il mio modesto parere, sarebbero dovuti appartenere a tutti i cittadini di Buggerru: bambini, giovani, famiglie, anziani.
Perché certi luoghi non si possiedono: si custodiscono per chi verrà dopo di noi.
Silvia Esu


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