Cosas Pretziosas- Febbraio 2026 - La Porta Aperta
- Viviamo Buggerru

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Dicembre segna l’inizio dell’inverno, è un tempo di passaggio tra ciò che si chiude e
ciò che chiede di nascere.
I borghi, i paesi, le loro strade si illuminano come per incanto, un’atmosfera magica
fatta di profumi di legna che arde, di arance messe ad essiccare per adornare le
nostre case a Natale, un mix di aromi si diffonde su antichi vicoli, lasciando dentro i
nostri animi un sapore di casa, di calore, di famiglia.
In questa atmosfera, in una tipica giornata invernale, si presenta nella nostra piccola
comunità, come a riconsolidare un legame arcaico, una janas: Anna Bertini, una
presenza calorosa capace di scaldare gli animi, una donna all’ apparenza misteriosa,
ma sin dal nostro primo incontro intrigante, capace di suscitare curiosità e voglia di
conoscenza.
Per comprendere ciò che descrivo è necessario partire da lontano, dalle nostre
leggende:
le janas sono piccole fate di Sardegna, comunemente abitatrici delle domus de
janas. Vestono di rosso e hanno il viso coperto da un fazzoletto ricamato con fili
d’oro e d’argento, portano pesanti collane d’oro lavorato. Chi le ha viste da vicino
giura che la loro pelle è delicatissima, motivo per cui non escono mai di giorno
perché il sole le scotterebbe facendole morire;
donne bellissime, delicatissime, misteriose, gentili ma suscettibili, permalose e
combattive quando serve, dotate di poteri magici, considerate sacerdotesse.
Le si sente cantare, tessere ma soprattutto se ne percepisce la presenza.
Si narra che nella notte dei tempi, i telai d’oro delle janas riempissero di ticchettii
irregolari i boschi di lecci allora fitti.
I loro telai sono piccoli e del colore del sole. Le janas cantano, ridono, raccontano,
vivono e godono della bellezza della natura che le circonda e restituiscono vita al
bosco e ai suoi abitanti con la loro presenza giocosa.
Non riposano mai le janas, la notte è il luogo delle loro scorribande.
Il giorno invece le vede operose creare le stoffe più belle e preziose.
Conoscere Anna è stato come incontrare una janas e il suo mondo.
Delicata, leggiadra, gentile, gioiosa e forte nel contempo, è entrata in punta di
piedi…discreta e silenziosa portando nelle persone che hanno avuto il privilegio e
l’onore di conoscerla una carezza preziosa, in questo tratto di inverno che attraversa
le nostre terre con passo deciso, tra pioggia e vento, ricordandoci la sua presenza
viva e concreta.
La sua voglia di nutrirsi del nostro mondo, della nostra storia, di assorbire il territorio
e ciò che esso trasmette, come fosse un bisogno ancestrale atteso da tanto tempo,
ha mosso in noi qualcosa che per diverse ragioni avevamo in parte rimosso: il
desiderio di tessere ancora, di lavorare, di costruire, di essere comunità, di restituire
la comunità ai suoi abitanti e gli abitanti alla comunità.
Il modo bizzarro, curioso, insolito di voler scoprire il paese che l’ha accolta, i suoi
vicoli, le strade, come una bambina curiosa che cerca di trovare chissà quale segreto
in un bosco incantato, insomma, inevitabilmente, il suo arrivo inaspettato a chi
come me vive la Sardegna e le sue tradizioni e leggende, ha fatto pensare che una
janas è venuta nel nostro mondo a risvegliarci, a ricordarci chi siamo, chi eravamo, a
farci riflettere sui valori preziosi della comunità. Azioni semplici come mangiare,
cucire, tessere, lavorare la terra, andare per mare, erano attività un tempo
condivise, che parlavano di umanità, poesia, bellezza, rafforzavano i rapporti in una
sorta di banca del tempo in cui le persone si scambiavano reciprocamente attività,
servizi, saperi. Le definirei come libere associazioni fra persone che si auto-
organizzavano e si scambiavano il tempo, per aiutarsi soprattutto nelle piccole
necessità quotidiane. Luoghi nei quali erano comuni le abitudini di mutuo aiuto,
tipiche dei rapporti di buon vicinato, dove uno era al servizio dell’altro, un donare e
donarsi senza riserva alcuna.
Questo “sapere” veniva tramandato da una generazione all’altra, da madre a figlia…
dalla famiglia alla comunità, come un tesoro da non perdere perché prezioso per la
sopravvivenza e nello stesso tempo arte, sapienza, che contraddistingue i “beni” ed
il “bene” di un popolo.
Un tempo non c’erano negozi e le abilità delle mani erano beni incommensurabili
per la sussistenza.
Tutti sapevano creare cibo e a questa abilità era affidata la propria sopravvivenza e
con questo cibo, poco e scarso, si imparò a trasformare la scarsità in ricchezza.
Con i tessuti lo stesso, lana, lino, orbace, venivano lavorati senza vergogna dalle
donne, perché sapevano che una brava padrona di casa deve saper realizzare i
vestiti da sé. Cose preziose non per il valore materiale, ma per la sapienza che si cela
dietro questa arte antica di trasformare la povertà in ricchezza.
Ecco perché l’incontro con Anna è stato prezioso: come una piccola fata è arrivata
da noi, per invitarci a ricominciare a tessere con fili preziosi il futuro di una comunità
resiliente partendo da ciò che eravamo.
A questo sapere oggi si può guardare con attenzione, queste qualità sono importanti
ed utili per comprendere che i veri valori del futuro nascono dal fare e non
dall'avere. Qualcuno in particolare deve continuare a tessere i fili per costruire una
tela comune nella quale tutti possano fare lo sforzo di riconoscersi.
Riconoscere tessitore e tela non è semplice, ma possibile. Sicuramente gratificante
perché in grado di generare un quadro veramente prezioso.
Incontrare Anna è stata anche l’occasione per raccontare la storia dei luoghi e delle
persone che hanno vissuto in questo lembo del Sulcis, per non dimenticare quanto,
una terra di confine come questa, abbia dato in termini di sacrifici di uomini e di
avventure.
In questo modo Anna diventa testimone della storia e dell’evoluzione del nostro
paese,
attraverso gli spunti che le persone che ha avuto modo di incontrare nel suo breve
soggiorno le hanno fornito, persone fiere e orgogliose consapevoli di portare in dote
il substrato culturale,
l'abilità atavica e l’ancestrale potenza di appartenere a questa terra.
Ancora non so che cosa scaturirà dalla penna di Anna.
Ma sono certa che il racconto che avremo il piacere di leggere parlerà delle radici di
Buggerru e di come, da queste radici, potrà germogliare un nuovo impulso a favore
di tutti.
Stiamo assistendo ad un potere che emana da questo paese, sottovalutato, ma
percepito fortemente da chi arriva a Buggerru per la prima volta. C’è l’auspicio che
anche grazie a loro si possa alzare di nuovo la testa, ma questa volta da protagonisti,
senza aspettare l’aiuto dagli altri.
Marilena Cavassa


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