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Il paese sulla collina

11 minuti fa
Tempo di lettura: 8 min

Di Renzo Licciardi


Un racconto silenzioso


C’è un luogo, a Buggerru, dove si può rileggere quasi tutta la storia del paese senza aprire un libro. È il Camposanto.


Qualcuno, forse, troverà l’argomento poco gradevole e sarà tentato di passare oltre. Ma lo invito a superare questa comprensibile esitazione e a continuare la lettura. Scoprirà che dietro quelle lapidi e quei nomi ci sono tante storie di vita, di persone e di un paese che ha ancora molto da raccontare.


L'accostamento è chiaramente all’antologia poetica di Spoon River di Edgar Lee Masters, che Fabrizio De André ha ripreso e trasformato in musica nel suo album Non al denaro non all’amore né al cielo, con quella sua indimenticabile ‘La collina’, dove sono i morti a raccontare le proprie vite.


Anche Buggerru, con il Camposanto affacciato sul mare, ha una sua ‘Spoon River buggerraia’ fatta di minatori, pescatori, famiglie, personaggi noti e gente comune che ‘dormono sulla collina’. Tante storie diverse che, messe insieme, raccontano quella di un intero paese.


Ed è proprio quello che proveremo a narrare in queste pagine. In più capitoli, chiamati Rimembranze, percorreremo il viale del nostro Camposanto, incontrando idealmente chi vi riposa e cercando, attraverso le loro storie, di ricostruire, come in un puzzle, la vita di questo paese parallelo, che sembra silenzioso ma ha tanto da raccontare.


Un promontorio come testimone del tempo


La nostra Collina si trova a nord del paese, su un versante delle montagne all’ingresso dell’abitato, abbastanza vicino da appartenere ancora al centro abitato e abbastanza lontano da esserne separato. Fu scelto quel punto proprio per tenere insieme due mondi senza confonderli. Come volle, in effetti, la legge di Napoleone quando i cimiteri furono allontanati dalle case.


Da lassù lo sguardo si perde lontano verso il golfo. Il mare occupa l’orizzonte con il suo senso d'infinito e a destra si alza il promontorio di Capo Pecora, immobile e magnifico nella sua mole. È lì, testimone dai primordi delle terre emerse, delle ere trascorse, delle generazioni che sono venute e se ne sono andate. Cambiano gli uomini, le miniere aprono e chiudono, i paesi nascono e invecchiano. Lui rimane e rimarrà.


E sembra quasi che da quel promontorio il tempo guardi il piccolo cimitero sulla collina. Da una parte milioni di anni di storia della Terra, dall’altra le brevi vite degli uomini, che qui hanno trovato il loro tempo eterno. Due eternità diverse, una di pietra e una di pace, che si incontrano nello stesso paesaggio.

 

Il cimitero e Capo Pecora
Il cimitero e Capo Pecora

Anche per questo il cimitero di Buggerru non mette tristezza come ci si potrebbe aspettare. Vi si avverte piuttosto una grande quiete. Il vento arriva dal mare, passa fra i cipressi, muove la vegetazione della collina. Tutto sembra invitare a camminare piano e perdersi nelle rimembranze.


Il paese sulla collina: un paese parallelo


È una specie di paese parallelo. Le tombe ravvicinate una all'altra, un po' come le case addossate sui versanti del paese vero. Ha le sue strade, i suoi sentieri, gli alberi, gli incroci, i piccoli spazi nei quali ci si ferma. Ha perfino le sue zone, per non dire quartieri, costruiti dal tempo più che dagli uomini. C’è la parte storica e quella moderna che sta sviluppando anche sulla parte a lato. In basso stanno soprattutto quelli arrivati dopo. Salendo si incontrano generazioni sempre più lontane, fino alla parte più antica, dove riposano coloro che conobbero una Buggerru molto diversa dalla nostra.


La strada centrale sale diritta e ripida, dividendolo su due lati. I cipressi diventano più alti e il loro verde sembra più intenso contro i colori della macchia mediterranea circostante. In cima c’è la cappella con l’ossario. Da lì, voltandosi, si domina quasi tutto quel piccolo paese e oltre. Allora si comprende quanto sia grande. Non per le sue dimensioni, ma per le vite che contiene, una vicina all'altra.


Camminando tra le sepolture si incontrano fotografie annerite dal tempo e altre ancora sorprendentemente nitide. Visi severi, uomini con la giacca buona e i capelli pettinati all’indietro, donne con lo sguardo fermo, giovani che nelle fotografie rimarranno giovani per sempre.


Poi i nomi, i cognomi, i luoghi di nascita, le date. Basta leggerne alcuni perché qualcosa ritorni in mente. Una famiglia, un soprannome, una casa, una bottega, un mestiere, una storia sentita raccontare dai vecchi. Qualche volta un volto assomiglia in modo impressionante a quello di un figlio o di un nipote che incontriamo ancora per strada.


Le epigrafi fanno il resto. Hanno il difficile compito di racchiudere una vita intera in poche righe. E naturalmente sono benevole. Nel marmo gli uomini diventano quasi tutti padri esemplari, madri amorevoli, lavoratori instancabili, persone generose e indimenticabili. Le debolezze, i litigi, le ostinazioni, le giornate storte, le piccole e grandi miserie quotidiane restano fuori.


Ed è giusto così.


La memoria dei morti ha sempre avuto bisogno di un poco di indulgenza. Dopo una vita trascorsa a essere giudicati dagli altri, almeno lì ciascuno ha diritto a una frase buona.


Ma dietro quelle poche parole c’è molto di più. Ci sono le vite vere. Ci sono uomini scesi per decenni nelle gallerie della miniera e altri che hanno affidato la giornata al mare. Donne che hanno cresciuto famiglie numerose, ragazzi partiti troppo presto, bambini che non hanno avuto il tempo di diventare adulti.


Ci sono quelli che arrivarono per il lavoro e quelli che lasciarono Buggerru per cercarlo altrove, quelli che non vollero andarsene mai. Quelli ricordati ancora da tutti e quelli dei quali ormai nessuno pronuncia più il nome.


Il cimitero conserva così una parte della memoria collettiva che nessun archivio potrebbe contenere nello stesso modo.

  

Il viale dei cipressi
Il viale dei cipressi

Rimane appartato, come se custodisse i suoi abitanti senza imporli a nessuno. Si può passare vicino cento volte senza entrarvi. Poi arriva un giorno, come il due novembre, in cui si sale. Magari per portare un fiore a qualcuno. Magari senza una ragione precisa. E dopo aver visitato la persona per la quale si è venuti, invece di tornare subito indietro, si continua a camminare.


È da qui che vogliamo cominciare.


In questi racconti saliremo lentamente quella strada, fermandoci ogni tanto. Non diremo sempre i nomi. Lasceremo che siano i gesti, i mestieri, gli episodi, qualche debolezza e qualche virtù a restituire le persone che furono. Chi le ha conosciute forse le riconoscerà subito. Gli altri potranno semplicemente immaginarle. E così, per qualche momento, i silenziosi abitanti della collina torneranno a parlare.


***


Prima rimembranza


Il Caporale Domenico Arizio e il minatore col berretto in mano

 

A metà della parte vecchia del cimitero, a destra salendo, svetta una tomba che si distingue dalle altre. Non occorre cercarla. La si vede da lontano. E’ un vero e proprio monumento, anche se funebre.

 

In alto c'è il busto bianco di un uomo, severo come nelle fotografie di quel tempo. Più in basso, accanto alla pietra, scolpito nella trachite grigia, un minatore a grandezza naturale sta in piedi con il berretto in mano. Ha il capo un po' chinato, sostenuto mollemente dal braccio piegato. Il suo viso, con i folti baffi e le palpebre leggermente abbassate, è quello di tanti minatori e lavoratori del ‘800: esso stesso un ritratto di quel mondo. Non sembra messo lì per ornamento, anzi cattura la prima attenzione con la sua plasticità. Sembra piuttosto che sia lì a vegliare quel suo Caporale, il suo superiore, al quale era legato per chissà quante vicende vissute insieme in miniera, anche se con ruoli diversi.

 

Il monumento a Domenico Arizio di Giuseppe Sartorio
Il monumento a Domenico Arizio di Giuseppe Sartorio

 

Il busto è di Domenico Arizio.


Era nato il 16 febbraio 1845 ad Alice Superiore, in Piemonte, molto lontano da questo mare. Come tanti altri arrivò a Buggerru seguendo il lavoro e qui finì per mettere radici. Per trentacinque anni fu caporale minatore nella miniera di Buggerru. Un incarico importante nella gerarchia della società. Morì qui il 26 febbraio del 1908. Aveva sessantatré anni.

 

La lapide racconta molto più di quanto facciano solitamente le lapidi.

Lo ricorda soldato valoroso, lavoratore instancabile, cittadino esemplare. Dice che compì atti di coraggio, che ricevette una menzione al valore civile e che aiutò generosamente istituzioni pubbliche e private.

 

I suoi discendenti hanno cercato negli anni di ricomporne la storia e nella memoria familiare è rimasto anche il ricordo dei generosi contributi dati alla comunità, all'asilo e ad altre opere di pubblica utilità.

Sono frammenti che meriterebbero ancora di essere cercati negli archivi, perché dietro le poche righe scolpite sulla pietra doveva esserci molto altro.

 

Dopo la sua morte la famiglia volle che quel ricordo non andasse disperso e affidò il monumento a Giuseppe Sartorio, uno degli scultori più importanti che lavorarono in Sardegna tra Ottocento e Novecento.

Mi sembra opportuno, di Sartorio, darne almeno un cenno della sua vita, terminata misteriosamente.

 

Giuseppe Sartorio, il Michelangelo dei defunti


Giuseppe Sartorio, piemontese, nacque il 2 dicembre 1854 a Boccioleto, in Valsesia, nell'attuale provincia di Vercelli. Negli stessi anni che nasceva Buggerru. Si formò all'Accademia Albertina di Torino. Arrivò in Sardegna nel 1885 per realizzare il grande monumento a Quintino Sella a Iglesias. Seguirono importanti opere pubbliche, tra cui il monumento a Vittorio Emanuele II in piazza d'Italia a Sassari, quello ai Martiri d'Italia a Cagliari e il busto di Umberto I nel Palazzo Regio.


Ma fu soprattutto nell'arte funeraria che conobbe un successo straordinario. Lavorò per la borghesia, le famiglie più facoltose e gli esponenti del mondo minerario, desiderosi di tramandare il proprio prestigio anche dopo la morte. Le sue opere popolarono i cimiteri monumentali di Bonaria a Cagliari, Sassari, Iglesias, Oristano, Ozieri e numerosi altri centri sardi. Ricevette commissioni anche a Roma, Milano e Genova.


Per soddisfare le continue richieste aprì grandi laboratori a Cagliari e Sassari, dove lavoravano numerosi artisti e artigiani, dando vita a una produzione quasi industriale. Un successo che alimentò anche forti rivalità nell'ambiente artistico. Fu soprannominato il «Michelangelo dei morti», per la straordinaria capacità di dare espressione e umanità alle figure, attraverso il rigore delle proporzioni e il realismo delle forme.


Il laboratorio artistico di Sartorio a Cagliari
Il laboratorio artistico di Sartorio a Cagliari

Nel monumento ad Arizio, realizzato nel 1909, colpisce il contrasto tra il busto in marmo bianco di Carrara e il minatore in trachite grigia. Una scelta forse estetica, simbolica o semplicemente economica.


Ma è soprattutto la figura del minatore a incuriosire. Quel berretto in mano esprime deferenza verso il superiore oppure pietà per l'uomo scomparso? La rappresentazione della gerarchia sociale di allora è evidente, eppure Sartorio conferisce al lavoratore una dignità e una forza espressiva tali da renderlo quasi il vero protagonista dell'opera.


Forse è proprio qui il merito dello scultore: aver lasciato, accanto al ricordo di un uomo importante, anche quello di un minatore anonimo, rappresentante di un intero mondo operaio.


Anche la sua fine fu singolare: nel 1922 scomparve in mare durante una traversata in piroscafo da Olbia verso il continente. Il corpo non fu mai ritrovato, alimentando interpretazioni ambigue.


Ma Sartorio ha lasciato altre testimonianze della sua arte anche nel nostro Camposanto. Le incontreremo proseguendo la salita lungo i viali della collina, nelle prossime Rimembranze.


Ritratto di Giuseppe Sartorio
Ritratto di Giuseppe Sartorio

 

Ritornando al monumento, oggi, guardandolo nella nostra collina, interessa forse meno sapere quanto fosse importante Arizio nella gerarchia della miniera.

Il tempo ha consumato quelle distinzioni.


Resta un uomo venuto dal Piemonte che trascorse qui gran parte della propria vita.

Ma resta anche quell'altro uomo di pietra che Sartorio gli mise accanto.

 

Non sappiamo chi rappresenti. Nessuno in particolare.


Uno dei tanti minatori che scendevano ogni giorno nelle gallerie e dei quali non è rimasto un busto, né una grande lapide, e neppure una fotografia.


Sta lì con il berretto in mano davanti al suo caporale, ma dopo più di cent'anni sembra essersi preso lui il centro della scena.

 

E’ per questo che oggi quella tomba non appartiene più soltanto a Domenico Arizio ma all’intera epopea mineraria.


E’ stata infatti oggetto di un restauro conservativo da parte della Soprintendenza per i Beni Architettonici, Paesaggistici, Storici, Artistici ed Etnoantropologici per le province di Cagliari e Oristano.


È diventata uno dei monumenti artistici più forti che Buggerru conserva del suo passato minerario.

In mezzo alle tombe della collina, il Caporale Arizio e quel minatore continueranno a stare in silenzio.

 

Il mare davanti. La miniera alle spalle.

 

E il berretto ancora tra le mani.


 

Il berretto del Minatore
Il berretto del Minatore

***

(Il Paese sulla Collina continua nel successivo racconto con le altre rimembranze)


© 2026 Vincenzo Licciardi

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