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Ci sono persone che sanno usare i fili-Settembre 2026 -La Porta Aperta

2 ore fa
Tempo di lettura: 7 min

Di Ilenia Puggioni e Marilena Cavassa


Iniziamo le pubblicazioni di settembre de La Porta Aperta con un articolo dedicato al ricordo di Giancarlo, per rendere omaggio alla sua vita e al suo impegno nel sociale.


Un racconto che, attraverso ricordi e testimonianze, ripercorre il suo modo di essere parte della comunità e i fili che ha saputo intrecciare nel corso della sua vita.


I fili di una vita
I fili di una vita

Ci sono circostanze in cui, per potersi permettere di scrivere di qualcuno, bisogna entrare nella scena in punta di piedi.


Quando quella persona non c’è più, raccontarla richiede una misura diversa. Bisogna avvicinarsi alla sua storia con rispetto, sapendo che una vita non può essere contenuta interamente nelle parole e che ogni ricordo, per quanto vero, riuscirà a restituirne soltanto una parte.


Sono davanti al computer e provo a scrivere di Giancarlo.


Il problema non è trovare qualcosa da dire. Quando si è avuto il privilegio di conoscere a fondo una persona, semmai, accade il contrario: bisogna capire da dove cominciare e accettare che qualcosa resterà inevitabilmente fuori.

Scrivo le prime righe:


Ci sono persone che sanno usare i fili. Non solo quelli del telaio, ma quelli invisibili che uniscono visioni, persone e destini.


Giancarlo è stato uno straordinario tessitore.


Ha intrecciato i nostri cammini e chi, come me, ha avuto il privilegio e l’onore di conoscerlo a fondo sa di cosa fosse capace. Era visionario, sognatore, leale, generoso, altruista.


Ha affrontato le sfide di una vita che, a volte, può presentarsi ostile e ostinatamente dura con la dignità di chi combatte ogni giorno, attraversando vie che curvano seguendo il vento, senza scorciatoie, affrontando cadute e risalite con forza e coraggio, senza che il sorriso venisse mai meno.


È a questo punto che arriva Ilenia. Si avvicina al computer e comincia a leggere alle mie spalle.


«Stai scrivendo di Giancarlo?»


«Ci sto provando.»


Continua a leggere e poi torna sulla prima frase.


«Mi piace il tessitore.»


«Perché lui era questo. Aveva la capacità di intrecciare persone, idee, possibilità. E non parlo soltanto del lavoro. Era proprio il suo modo di stare nella vita.»


«È difficile scriverne?»


Ci penso un momento.


«È difficile scegliere cosa raccontare, perché quando hai conosciuto davvero qualcuno una definizione non basta mai.»


Ed è da questa frase che cominciamo a parlare.


Giancarlo era accoglienza


Ilenia continua a scorrere il testo e si ferma davanti a una parola che ho scritto in maiuscolo.


«ACCOGLIENZA. Perché proprio questa?»


«Perché Giancarlo era accoglienza.»


Era capace di bussare al cuore della gente e la sua capacità di prestare attenzione era un dono. Si dedicava agli altri, si affiancava soprattutto ai più fragili e cercava di portare sostegno a chiunque incrociasse nel proprio cammino, fosse esso morale, economico o spirituale.


Per Giancarlo l’attenzione verso gli altri non era qualcosa da dichiarare, ma qualcosa da praticare. Il confronto con lui poteva generare stimoli e crescita anche quando le idee dei suoi interlocutori erano differenti, perché era garbato e sensibile nei rapporti e non aveva bisogno che l’altro gli somigliasse per riconoscerne il valore.


«Quindi quando scrivi accoglienza non intendi semplicemente che fosse una persona disponibile», mi dice Ilenia.


«No. Intendo la capacità di fare spazio agli altri. È diverso.»


Fare spazio agli altri
Fare spazio agli altri

Rimane in silenzio per un momento, poi dice una cosa che mi fa sorridere.


«Sai che io, invece, Giancarlo lo ricordo soprattutto in mezzo alla gente?»


«Non mi sorprende affatto.»


I suoi sono ricordi diversi dai miei. Io posso parlare dell’uomo che ho conosciuto da adulta, dei suoi pensieri, del lavoro, dei confronti avuti negli anni. Lei lo ha osservato soprattutto da bambina e ha conservato immagini che appartengono a un’altra prospettiva.


Eppure, mentre comincia a raccontarmele, capisco che stiamo parlando esattamente della stessa persona.


Giancarlo dentro la vita del paese


«Io me lo ricordo molto attivo nel tessuto sociale», mi dice Ilenia. «Certo, da bambina non avrei saputo dirlo in questi termini. Però ricordo una persona che c’era sempre.»


«Dove lo ricordi?»


«Per esempio negli anni delle elezioni.»


Mi aspetto che ricordi qualcosa dei comizi, invece aggiunge:


«In realtà dei discorsi politici non ricordo quasi niente. Mi ricordo L’amico è.»

Rido, perché so a cosa si riferisce.


«Giancarlo metteva quella canzone e coinvolgeva tutto il gruppo, i sostenitori, le persone che erano lì. Non ricordo cosa venisse detto dal palco, ma mi ricordo quell’energia.»


«Creava partecipazione», le dico.


«Sì. Credo che sia questo che ricordo. Il fatto che riuscisse a trascinare le persone.»

E allora torno con il pensiero alla parola con cui avevo cominciato a scrivere: tessitore.

Probabilmente Ilenia, da bambina, vedeva già quei fili senza poterli chiamare così.


Il negozio, lo studio fotografico e una fotografia rimasta nella memoria


Poi i ricordi cominciano ad arrivare senza un ordine preciso.


«Mi ricordo il negozio», dice. «E lo studio fotografico.»


Ci sono luoghi che finiscono per diventare parte della memoria collettiva di un paese.


«Mi ricordo anche la sala giochi.»


Annuisco.


Poi Ilenia sorride.


«E c’è una fotografia che non ho mai dimenticato.»


«Quale?»


«Pippi, piccolissima, nuda sopra uno scooter.»


Sorrido.


«Sì, ce l’ha ancora.»


Ridiamo entrambe.


Per qualche momento l’articolo passa in secondo piano e rimane soltanto il ricordo di Jennifer bambina e di quella fotografia sopravvissuta per anni nella memoria di Ilenia.

«Non so neanche perché me la ricordi così bene.»


«Perché la memoria sceglie da sola cosa tenere.»


Ilenia continua.


«Mi ricordo anche Giancarlo ai tornei di pallavolo di Jennifer. Lo ricordo mentre incitava la squadra, completamente preso dalla partita.»

«Era orgoglioso di Pippi.»


Non occorre aggiungere altro.


Tra le tante immagini dell’uomo impegnato nel lavoro e nella vita della comunità c’è anche quella di un padre che segue sua figlia, la sostiene e partecipa con entusiasmo a qualcosa che per lei è importante.


Mentre ascolto Ilenia mi accorgo che tutti questi ricordi, pur appartenendo a momenti e luoghi differenti, hanno qualcosa in comune: Giancarlo non assisteva semplicemente alle cose che accadevano. Partecipava.


Ed essere parte di una comunità, in fondo, comincia proprio da qui.


Essere parte, esserci insieme
Essere parte, esserci insieme

Essere comunità


Avevo già scritto queste parole quando Ilenia è arrivata: la sua filosofia di vita si esprimeva nel suo essere comunità.


Per Giancarlo il valore di una persona non si misurava da quanto aveva nel portafoglio. Poteva stare in una riparazione fatta bene, in una spesa portata a chi non riesce a uscire, in una lezione regalata o in qualche ora dedicata ad accompagnare una persona anziana.


Questo era il suo modo di intendere la vita: aiutarsi senza mettere subito un prezzo su ogni gesto.


Così un’ora del proprio tempo può diventare una riparazione, una competenza può trasformarsi in compagnia e un oggetto che non serve più può arrivare nelle mani giuste. E una persona che pensa di non avere nulla da dare può scoprire di possedere qualcosa di prezioso: la propria disponibilità.


La ricchezza, a volte, non è qualcosa da accumulare. È sapere che, quando serve, intorno a te c’è qualcuno disposto a fare la propria parte.


«È questo che intendi quando dici che lui “era comunità”?», mi chiede Ilenia.


«Sì. Non significa semplicemente vivere nello stesso paese o conoscere tante persone. Significa sentire che ciò che succede agli altri, in qualche misura, riguarda anche te.»


A questo punto i ricordi che mi ha appena raccontato assumono per me un significato ancora più chiaro. Il negozio, lo studio fotografico, la sala giochi, i comizi, lo sport: sono tutti luoghi diversi, eppure in ognuno di essi Ilenia ricorda Giancarlo in relazione con altre persone.


Anche il ricordo di una bambina, dunque, finisce per confermare quello che io sto cercando di raccontare da adulta.


Il lavoro e il valore della perseveranza


Nella sua vita professionale Giancarlo è stato capace di unire competenze, sensibilità e visioni che si completavano, lavorando in profonda armonia.


Se dovessi però scegliere una parola per parlare dell’eredità che ha lasciato, penserei alla perseveranza.


Lo avevo scritto anche nel testo e avevo sentito il bisogno di evidenziarlo: LA PERSEVERANZA.


Ilenia mi chiede perché le attribuisca tanta importanza.


«Perché la perseveranza non è soltanto una qualità caratteriale. È strategia, è visione, è una scelta di leadership. Sta nella capacità di continuare a seminare anche quando il terreno sembra arido e quando l’impegno non viene riconosciuto.»


Non significa ostinarsi senza una direzione, ma riuscire a mantenere uno sguardo sul futuro anche nei momenti in cui quello che si sta costruendo non è ancora visibile.


Forse proprio qui sta uno dei valori più profondi della vita: nel fatto che non ti prepara a tutto ciò che incontrerai, ma ti costringe continuamente a crescere.


Ogni caduta, ogni lacrima, ogni sorriso inaspettato ci modella e ci rende ciò che siamo, spingendoci qualche volta a cercare la bellezza persino nel caos.


Giancarlo ne è stato un esempio.


Dalla forza, dalla pazienza e anche da un tocco di sana follia è riuscito a far fiorire ciò che aveva coltivato, nonostante tutto. La sua azione rimane per tutti noi un invito a non smettere di credere in un futuro migliore, in un luogo nel quale lavorare per il bene comune e per la forza di un’intera comunità.


Ilenia rilegge quel passaggio e poi torna all’inizio del documento.


«Quindi siamo tornate ai fili.»


«In realtà non ce ne siamo mai allontanate.»


I fili che restano


Quando avevo iniziato a scrivere pensavo soprattutto all’uomo che avevo conosciuto io. Al suo modo di affrontare la vita, alla generosità, all’accoglienza, alla capacità di costruire relazioni, alla perseveranza e alla convinzione che una comunità esista davvero soltanto quando le persone sono disposte a fare la propria parte.


Poi è arrivata Ilenia e, senza saperlo, ha aggiunto altri pezzi allo stesso racconto.

I suoi ricordi non parlano esplicitamente di accoglienza o di leadership.


Parlano degli anni delle elezioni e di una canzone capace di coinvolgere un gruppo; del negozio e dello studio fotografico; della sala giochi; di una fotografia di Jennifer bambina che esiste ancora; di Giancarlo che incita la squadra di sua figlia durante un torneo di pallavolo.


«Io, in fondo, l’ho conosciuto da un’altezza diversa», mi dice.


È vero.


Io racconto l’uomo che ho avuto il privilegio di conoscere a fondo. Lei racconta ciò che di quell’uomo era arrivato agli occhi di una bambina.


Ma quando mettiamo insieme i nostri ricordi, non emergono due persone differenti. Emerge la stessa presenza, osservata da punti diversi.


Ed è forse proprio questo che fanno le persone capaci di usare quei fili invisibili di cui avevo scritto all’inizio: lasciano qualcosa nelle vite degli altri senza preoccuparsi di stabilire in quale forma verrà ricordato.


A qualcuno rimarrà un consiglio. A qualcun altro un aiuto ricevuto nel momento giusto.

A qualcuno resterà un progetto condiviso, un confronto, un gesto di generosità. A una bambina può rimanere una canzone ascoltata durante un comizio, una fotografia nello studio, una sala giochi o la voce di un padre che incita sua figlia da bordo campo.


Sono fili diversi, ma appartengono alla stessa trama.


Fili diversi, una stessa trama
Fili diversi, una stessa trama

Forse raccontare Giancarlo significa proprio questo: non pretendere di racchiudere una vita dentro una definizione, ma provare a riconoscere ciò che quella vita ha saputo intrecciare intorno a sé.


Ed è per questo che, alla fine, torno alla frase da cui ero partita.


Ci sono persone che sanno usare i fili.


Giancarlo è stato una di quelle persone.


1 commento


Ospite
44 minuti fa

articolo profondo, un ringraziamento a Marilena e Ilenia , penso che anche Giancarlo da lassù approvi , il senso di comunità pur nelle differenze e il filo conduttore della vita

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