3° Uscita - Dicembre 2025 - La Porta Aperta
- Viviamo Buggerru

- 14 dic 2025
- Tempo di lettura: 22 min
Aggiornamento: 18 dic 2025
Indice dei contenuti
Editoriale - a cura di Franco Baiardi
Presentazione del libro "Pesce d'Aprile"- Rita Pili
Intervista a Paolo Rossi e Caterina Gabanella - Franco Baiardi
Interviste progetto residenze teatrali -Franco Baiardi
Intervista a Emanuele Dell'Aquila e Shoan Rossi- Franco Baiardi
Intervista a Grazia Dentoni-Franco Baiardi
Intervista a Emilio Puggioni-Franco Baiardi
Intervista a Alessandra Porcu e Daniel Cundari- Franco Baiardi
Progetto "cura del verde"-Franca Caccia
Progetto"gruppo di lettura"-Rita Pili
Il primo Natale di Viviamo Buggerru-Gruppo donne Janas
Progetto "Gruppi di cammino ASL"-Matteo Porcu
Intervista a Sergio Fermariello - Franco Baiardi
Il dovere di ricordare-Renzo Licciardi
1 - Editoriale - a cura di Franco Baiardi
I TRENI CHE PASSANO
Probabilmente coloro che abitualmente frequentano una stazione ferroviaria li avranno incrociati. Ma sono una presenza così discreta che magari dopo le prime volte nessuno di noi ci ha più fatto caso, perché quelle persone hanno la caratteristica di passare inosservati. Si vestono discretamente, nulla del loro abbigliamento si fa notare, impermeabile e ombrello se minaccia pioggia, abito grigio un po’ liso, la solita borsa vissuta in mano. Arrivano in stazione e si dirigono a testa bassa al solito binario, evitano di incrociare lo sguardo di altri viaggiatori per non dover nemmeno augurare le solite frasi di rito, solita posizione in attesa che arrivi il loro treno. Vi salgono e si accomodano preferibilmente al solito posto. Spesso aprono il giornale e vi si immergono in silenzio sino a che il treno entra nella loro stazione di arrivo, dove scendono per sparire in mezzo alla gente verso la loro destinazione, sempre quella da anni. I loro gesti non sono un rito bensì un’abitudine. Sono talmente abituati a compierli che nemmeno si accorgono di quanto succede attorno a loro, non si sono quasi accorti che in stazione hanno fatto dei lavori di ammodernamento, hanno rifatto la pavimentazione, sostituito i pilastri delle pensiline. Un disagio che li ha costretti a modificare un poco il tragitto abituale per arrivare al loro posto di attesa, ovviamente, il solito. Non si sono quasi accorti che la città si sta preparando ad accogliere il Natale, le luminarie nelle strade, non avendo di fatto modificato il loro tragitto, sono passate quasi inosservate. Anche il grande albero addobbato, all’ingresso della stazione, pur se li ha costretti a compiere una curva per entrare non è stata una variazione significativa. La difesa delle loro abitudini li porta a registrare i cambiamenti che avvengono attorno a loro con apatica indifferenza quasi con fastidio. Vi si adeguano quando non possono ignorarli ma niente di più. L’abitudine, del resto, fornisce sicurezza. A pochi metri da dove abitualmente attendono l’arrivo del loro treno la direzione delle Ferrovie ha esposto un cartello. Vi è indicata una variazione: alla linea attualmente coperta dal n. 12 è stata temporaneamente aggiunta una nuova linea, la numero 21. Copre il medesimo tragitto ma il treno non farà più alcune fermate che sono state soppresse per lavori di manutenzione alle stazioni interessate. Rimane confermata la fermata alla quale scendono. Viene precisato anche che il tragitto dalla stazione di partenza a quella di abituale arrivo sarà di conseguenza più breve. L’avviso informa anche che la linea, a causa dei lavori sopra indicati, verrà presto soppressa per alcuni mesi. Il tragitto verrà coperto da un servizio bus senza alcun aggravio di costi per i viaggiatori. Gli abituali viaggiatori della linea 12 da tempo avevano notato dei sensibili ritardi del tragitto, ma non avevano cambiato le loro abitudini. Solo alcuni avevano usufruito delle variazioni proposte verificando carrozze molto più confortevoli e un tragitto più veloce. Un cambiamento, peraltro annunciato, ma che, se non lo provi, non puoi conoscere. Un racconto anche un po’ noioso che, ai più attenti non sarà sfuggito, narra la vita di molti di noi, che decidono di subire i cambiamenti piuttosto che farne parte. Nel paese stanno cambiando le cose, no non vedrete ruspe non ci sono impalcature ma le cose stanno cambiando. Quando questo numero sarà già uscito qualcuno di voi avrà probabilmente incrociato nel suo abituale tragitto dei buffi gnomi che, magari, gli avranno strappato un sorriso. Nulla di che direte voi, ma per noi è un sorriso nuovo, è il dono che diverse donne del paese hanno voluto fare riunendosi per creare assieme qualcosa che prima non c’era. “Io lo avrei fatto meglio, li avrei fatti più grandi, con più barba. Più colorati…” Una critica legittima che da oggi avrete la possibilità di mettere in pratica unendovi anche voi alle persone che spontaneamente li hanno realizzati assieme ai presepi che allieteranno alcuni angoli del paese e che avrete modo di vedere. Il dono della loro creatività a tutti. Sono piccole cose che invece fanno la differenza tra l’abitudine passiva e il voler essere parte di un progetto di comunità, più saremo e maggiori saranno le novità. Una piccola cosa che ognuno di noi può fare per cambiare un poco le cose. Ai primi di novembre la comunità di Buggerru ha ospitato un evento di cui ne sta parlando tutta l’Italia, ci sono state oltre 200.000 visualizzazioni. Oltre 200.000 persone in più ora sanno che Buggerru ha ospitato Paolo Rossi, Caterina Gabanella ed Emanuele Dall’Aquila con il loro laboratorio teatrale. Magari qualcuno di voi non lo sapeva e non ha nemmeno partecipato alla Restituzione avvenuta nella serata di domenica nell’anfiteatro delle scuole comunali. Un momento aperto a tutti dove la compagnia ha portato in scena il risultato di una settimana di lavori che hanno visto l’adesione di più del doppio degli aspiranti attori previsti, giovani e meno giovani. Peccato che qualcuno di voi non sapesse che il lunedì successivo ci sarebbe stato uno spettacolo della compagnia teatrale nel teatro Elettra a Iglesias andato sold out, cioè tutto pieno. Ma visti i risultati di questo primo evento ci sarà una replica nei prossimi mesi, ci auguriamo che chi se lo è perso ora non vorrà mancare al prossimo. La Porta Aperta esce con una cadenza mensile per informarvi ma quando leggerete queste righe sarà già avvenuto anche un altro evento che forse qualcuno non avrà notato. Nei giorni dal 5 dicembre al 12 dicembre Buggerru ha ospitato la scrittrice Anna Bertini che ha soggiornato qui per nutrirsi della nostra storia, del nostro presente e soprattutto dei nostri sogni per scrivere un racconto e successivamente un libro. Qualcuno di voi ha contribuito preparando dei gustosi piatti fatti di racconti del passato, di quotidianità e di nuove ricette future. Forse qualcuno lo potrà ritenere un fatto non importante ma l’organizzazione di questo evento culturale appena conosciuti i progetti che abbiamo in cantiere ci ha subito proposto una collaborazione costante. C’è l’impegno dell’Associazione nel portare avanti un progetto di comunità dove ognuno di noi è invitato a decidere se continuare a fare le solite cose o alzare un poco la testa e decidere di essere parte del cambiamento. Con la partecipazione di tutti vogliamo ridare vita al nostro paese, vogliamo creare una prospettiva futura, basta decidere di volerlo. L’alternativa è quella di far parte del paradosso di Buridano. Buona decisione a tutti.
2 - Presentazione del libro "Pesce d'Aprile"- Rita Pili
In una bella serata d’agosto, esattamente il 7, alle 21:00, il famoso attore televisivo
Cesare Bocci con la moglie Daniela Spada, hanno presentato il libro “Pesce
d’aprile”.
Il libro racconta un’esperienza di vita familiare molto dolorosa. I protagonisti ne
portano ancora i segni, anche se hanno affrontato con molto coraggio e
determinazione la tragedia che li ha colpiti. Si dice che l’amore superi qualsiasi
ostacolo, ed è proprio questo il caso! l’evento si è svolto in una location
suggestiva: lo spazio all’aperto del museo del muratore! È uno spazio aperto che
rientra nell’archeologia industriale mineraria di Buggerru. Questo cortile interno
dove si svolgono eventi pubblici, non è mai stato così affollato!
Durante il dibattito tra Cesare e Daniela e la nostra socia Olga, era evidente e
palpabile l’emozione che scaturiva dalle parole dei protagonisti.
Abbiamo percorso con loro il doloroso periodo di recupero, le angosce, le
speranze.
Il pubblico ascoltava in religioso silenzio e alla fine è scoppiato un fragoroso
applauso di conforto e vicinanza.
A volte vediamo le persone con una certa superficialità, ma dobbiamo sempre
guardarle con umanità, pensare al dolore che colpisce proprio tutti: i famosi e non!
Dopo questa serata tutti, proprio tutti, siamo tornati a casa con emozioni e
sentimenti che ci hanno colpiti in profondità e ci hanno fatto riflettere.
Inoltre abbiamo potuto constatare la semplicità, l’empatia e l’umanità dell’attore
Bocci. Un uomo per niente distante, simpatico e alla mano.
È stata una serata molto particolare che ci ha mostrato un’esperienza di vita molto
toccante.
3 - Intervista a Paolo Rossi e Caterina Gabanella - Franco Baiardi
4 -Interviste progetto residenze teatrali -Franco Baiardi
Durante i lavori del laboratorio teatrale della Compagnia di Paolo Rossi, Caterina Gabanella e Emanuele Dell’Aquila nel corso delle pause, ne abbiamo approfittato per carpire le impressioni di alcuni dei partecipanti. Non hanno la pretesa di essere interviste professionali e già i mezzi a disposizione parlano chiaro dell’artigianalità del momento, ma abbiamo ritenuto di proporvele così senza tanti interventi per sottolineare ancora di più il clima che si respirava. Vi proponiamo le interviste rilasciate dal nostro concittadino Emilio Puggioni che pur già avviato nel mondo della recitazione desiderava rilasciare le sue impressioni, Grazia Dentoni di Cagliari, regista e attrice, Alessandra Porcu di Iglesias, e Daniel Cundari dalla Calabria che si sono prestati simpaticamente. Vi invito a fare attenzione alla profondità delle dichiarazioni rilasciate da Emanuele Dell’Aquila e a Shoan Rossi alle domande incalzanti postegli a conferma che quei giorni hanno toccato anche temi importanti.
5 - Intervista a Emanuele Dell'Aquila e Shoan Rossi- Franco Baiardi
6 - Intervista a Grazia Dentoni-Franco Baiardi
7- Intervista a Emilio Puggioni-Franco Baiardi
8- Intervista a Alessandra Porcu e Daniel Cundari - Franco Baiardi
9- Progetto "cura del verde"-Franca Caccia
Buongiorno,
mi chiamo Franca e voglio raccontare la mia avventura che mi ha portato a
conoscere e amare questo paese.
A 36 anni con marito e figli decidiamo di cambiare vita…
Da Verona, una città meravigliosa ma caotica, e in quel periodo era in pieno caos,
si stava trasformando, si voleva fare sempre più bella e splendente, il risultato
finale è sotto gli occhi di tutto il mondo.
Noi siamo andati controcorrente, siamo venuti in Sardegna per caso, con tanta
speranza per una vita tranquilla.
La mia passione ci porta a vivere coltivando fiori e piante…
Non conoscendo ovviamente il territorio abbiamo dovuto affrontare le difficoltà di
chi vuole fare qualcosa lontano dai centri di commercializzazione.
Il primo terreno che avevamo visto non siamo riusciti ad acquistarlo, e nemmeno la
casa dei sogni… Pazienza… Pensiamo al piano B.
Troviamo un terreno provvisorio, montiamo le serre e iniziamo a lavorare. Arrivano i
problemi. Lontano dei centri per la distribuzione del prodotto ci rendiamo contoche ci dobbiamo arrangiare e essere autosufficienti per far quadrare il bilancio
famigliare. Ci rendiamo conto che serve una nuova idea, anche questo paese si sta
rinnovando, da paese per minatori vuole diventare turistico. Abbiamo pensato di
aprire una casa di riposo per anziani, visto che la popolazione invecchia e i ragazzi
cercano altrove nuove occupazioni. Io da infermiera in pensione avrei potuto
accudire le persone che avevano problemi e bisogno di essere ascoltati e accuditi.
La regione Sardegna in quel periodo dava contributi per la realizzazione di queste
strutture.
Iniziamo comprando una casa più grande… per la cubatura… Riunioni su riunioni
per poter fare… progettista e carte… carte… carte. Alla fine presentiamo il
progetto e… miracolo! Non ci sono più soldi per il mio.
Il signor sindaco dice che il paese necessita di “Ecostello” e i soldi vengono
impiegati lì. Pazienza… ho ancora sogni, con la casa di riposo avrei potuto
dedicarmi a un progetto affine… Vicino alla casa di riposo, per le persone ancora
in grado di rendersi utili si poteva realizzare un meraviglioso giardino che avrebbe
potuto essere realizzato e usufruito da tutta la popolazione. La collocazione ideale
è “l’orto del direttore”.
Da sempre ho desiderato renderlo un luogo magico.
Il luogo è sempre rimasto “incolto” e abbandonato. Noi non ci siamo mai riusciti a
coltivarlo, ci hanno sempre detto “ci vuole un progetto”. Adesso noi ormai siamo
grandi e non essendo tecnologici chiediamo aiuto.
Per tutto questo periodo ho piantato e seminato fiori e piante e mi sono resa conto
che ho troppo di tutto e non so più dove collocare queste piante frutto di una
passione…
La fortuna potrebbe aiutarci in questa nuova avventura…
Da “l’ultimo seme” è nata una meravigliosa idea e speranza.
La mia nipotina, una splendida 18enne, si sta inserendo in maniera meravigliosa
nel territorio.
Innamorata del mare e di tutte le meraviglie di cui siamo circondati si è associata al
gruppo delle “Janas” che vuole promuovere il paese in modo da renderlo
bellissimo e più vivibile e poterne usufruire appieno.
Oltre a tutte le iniziative messe in atto si potrebbe inserire il “giardino dei sogni”.
La mia grande speranza è di trovare una adeguata collocazione per le mie piante,
frutto di anni di lavoro e sperimentazioni e farli godere e usufruire dalla
popolazione.
Mi sono anche resa conto che molte persone amano le piante e si possono
integrare nella responsabilità e nell’accudimento di questo patrimonio.
SPERIAMO
Grazie
Franca
10- Progetto"Gruppo di lettura"-Rita Pili
Tra i vari gruppi dell'associazione "Viviamo Buggerru" c'è il gruppo-lettura.
Il gruppo è nato per soddisfare l'amore per la lettura di diverse persone che amano leggere e approfondire le loro conoscenze. L'obiettivo è quello di conoscere meglio la narrativa sarda e farla conoscere ai nostri associati "continentali", scoprire la sardità attraverso le parole dei nostri scrittori e assaporare le storie che si svolgono in contesti diversi dal nostro ambiente.
La lettura emoziona, apre mondi dove si possono vivere vite diverse, aiuta ad affrontare situazioni, a correggere errori, ad esprimersi, ad arricchire il proprio lessico.
Arricchisce la mente, non solo il vocabolario, porta in mondi fantastici...
Personalmente preferisco leggere il libro piuttosto che vedere il film che ne viene tratto. Leggendo, vivo le emozioni dei personaggi, "vedo" gli ambienti descritti. Per me la lettura è emozione, fantasia, conoscenza, esperienza.
Il gruppo è iniziato con pochi iscritti ed oggi siamo arrivati a dodici partecipanti! Abbiamo iniziato col più famoso libro di Grazia Deledda: Canne al vento.
Dopo la lettura ci siamo incontrate per un confronto in cui ognuna di noi, ha potuto esprimere le proprie opinioni cogliendo le analogie coi giorni nostri, confrontando i drammi che ogni famiglia affronta nella vita. Grazie al lavoro di slides di Ilaria e Simona, abbiamo assistito ad una vera e propria lezione sulla Deledda.
Costruttivo e interessante, il dialogo ha dimostrato come la lettura sia un mezzo accattivante per l'aggregazione e la socialità.
Arrivederci al prossimo libro!
11- Il primo Natale di Viviamo Buggerru- Gruppo Janas
Questo Dicembre, Buggerru vive un Natale speciale: è il primo di Viviamo Buggerru che, per festeggiare, ha organizzato varie attività sempre con l’idea di rendere il paese più vivo e unito.
Le iniziative hanno già portato colore e calore nelle strade: piccoli gnomi decorativi che spuntano qua e là, realizzati dalle Janas, presepi di quartiere che raccontano storie di collaborazione e vicinato e, soprattutto, calde mantelline, coprispalle, copertine, sciarpe e scaldamani confezionati a mano dalle volontarie. Questi doni saranno consegnati agli anziani poco prima di Natale, accompagnati da un augurio affettuoso e da una visita cordiale che scalderà il cuore di chi lo riceve, ma anche il nostro. Non si tratta solo di un gesto pratico contro il freddo, ma di un segno concreto di attenzione e affetto e di comunità.
Un altro dettaglio che arricchisce l’atmosfera natalizia riguarda le aiuole del paese, alcune curate con dedizione dall’associazione. In queste spunteranno cartelli carini e simpatici, pensati per regalare un sorriso e, allo stesso tempo, per invitare tutti a rispettare il verde. Un modo semplice, ma efficace per ricordare che la bellezza del nostro paese è un bene comune da custodire.
Tra le opere più originali spicca il presepe costruito con cassette di legno, disposto in forma piramidale: ogni cassetta ospita una natività realizzata a mano con materiali diversi. Un simbolo tangibile di come tanti piccoli contributi possano creare qualcosa di grande e condiviso.
Il filo rosso che lega tutte queste attività è chiaro: unire le persone. Non solo chi partecipa, ma anche chi riceve, chi osserva, chi apprezza. Viviamo Buggerru dimostra che la comunità, quando collabora, diventa più forte e più bella.
Questo primo Natale è dunque un segno tangibile di ciò che si può costruire insieme: un paese che si accende di creatività, solidarietà e speranza.
12- Progetto "Gruppi di cammino ASL"-Matteo Porcu
Camminiamo Insieme: un percorso di comunità e benessere
Il mio percorso con Viviamo Buggerru è iniziato in una serata di fine estate del 2024, seduto su una sedia in piazza Stella, durante un incontro dedicato alla Comunità, ho condiviso alcuni pensieri con persone a me vicine. Da tempo sentivo il desiderio di fare qualcosa per la nostra Comunità: un pensiero rivolto agli anziani, ai giovani e al futuro del nostro paese. Ripensando alla mia giovinezza, ho ricordato quanto la Comunità abbia fatto per me e quanto questo mi abbia accompagnato nella crescita.Sono cresciuto qui, ho lavorato qui e sento il bisogno di ringraziare tutte le persone che hanno fatto parte del mio cammino, senza distinzione di età o provenienza culturale. Viviamo Buggerru la considero una grande famiglia, unita da valori importanti come la solidarietà, la collaborazione e la condivisione, che possono contribuire alla crescita individuale e collettiva.Ho scelto di guidare il gruppo Camminiamo Insieme partendo dalla convinzione che la cura della persona sia fondamentale per il benessere quotidiano. Prendersi cura di sé significa sostenere la propria salute fisica e mentale, prevenire malattie e vivere uno stile di vita sano.

A tutto questo ho dedicato molto tempo, e i benefici che sperimento ogni giorno ne sono la testimonianza.Quando i Servizi Sociali del Comune ci hanno coinvolti nel progetto di Invecchiamento Attivo dell’ASL di Iglesias/Carbonia, abbiamo aderito con entusiasmo, con l’obiettivo di farlo conoscere a tutta la Comunità.
L’Invecchiamento Attivo è un approccio che promuove il mantenimento della salute, dell’autonomia e della partecipazione sociale delle persone man mano che avanzano con l’età. Significa restare fisicamente attivi, coltivare relazioni, partecipare alla vita della comunità e sentirsi parte di un percorso condiviso di benessere.
Il progetto è già iniziato, il gruppo cresce ogni giorno e camminare insieme si sta rivelando un modo semplice ma potente per socializzare e stare bene.
Potete trovare tutte le informazioni utili per partecipare qui..

13- Intervista a Sergio Fermariello - Franco Baiardi
Siamo in una pausa dei lavori al laboratorio teatrale di Paolo Rossi e Caterina Gabanella, è una giornata di sole con il suono del mare che fa da sottofondo. Ho da poco terminato un’intervista quando in modo quasi casuale ho l’opportunità di incontrare e conoscere Sergio Fermariello. Mi era stata anticipata la sua personalità di artista, pittore, scultore e creatore di installazioni interattive. Ma nessuna di queste definizioni riesce a definire in maniera esauriente una personalità eclettica che si svela un poco alla volta nel corso della chiacchierata. La sua arte non è facilmente racchiudibile in una definizione classica per un artista che non si definisce, peraltro nemmeno tale. Le sue tele che, ammiro per la prima volta sfogliando i suoi folder-cataloghi, mi forniscono una visione del suo pensiero ma che ascoltandolo mi rendo conto essere parziale. Sergio usa il segno in modo che induce chi le guarda a differenti stati d’animo a seconda dell’attenzione prestata alla visione, quello che mi era parso inizialmente un monocromo scopro , invece, essere la ripetizione ossessiva di un unico segno come un guerriero che diventa reggimento e poi esercito di un pensiero che abbraccia l’attenzione. Alla stessa maniera la visione di un apparente campo di grano che potrebbe rimandare a suggestioni di Schifana memoria si trasforma ad una visione più attenta in un esercito di guerrieri dorati dove la lancia diventa un numero uno e lo scudo un numero 0, ripetuti in una moltitudine di ripetizioni che cattura lo sguardo e lo confonde inducendo l’osservatore a mettere in dubbio la sua iniziale interpretazione. Salvo doverla interpretare ancora ad una più attenta osservazione. Alla stessa maniera le imponenti installazioni si prestano a visioni da reinterpretare osservando gli spazi da cui sono composte per scendere nelle profondità del pensiero dell’autore.

Non basterebbero queste righe a descrivere le sensazioni che nascono invece ammirando le installazioni con la narrazione dell’artista che le argomenta andando a far cogliere i significati volutamente nascosti. Nel corso della chiacchierata emerge pure la volontà di Sergio di far sì che questa visita a Buggerru non resti una tantum visto il desiderio di allestire una mostra delle proprie opere e di quelle di altri artisti . E’ ammirevole anche la volontà di prestare al paese aderendo al progetto di comunità di Viviamo Buggerru alcune sue installazioni al fine di coinvolgere la popolazione nel progetto di Rianimazione già iniziato. E d’altronde quale migliore forma di rianimazione delle coscienze se non ammirare il bello? E con questa promessa che salutiamo un grande artista internazionale che avremo il piacere di ospitare presto qui nel nostro paese.
Franco Baiardi

13- Il dovere di ricordare-Renzo Licciardi
RUBRICA - MEMORIE DI BUGGERRU: TRA MINIERA E MARE
Introduzione al Secondo Racconto — “Dove non si buttava via niente e i giochi strampalati”
Dopo aver inaugurato questa rubrica con un ricordo sospeso tra mare e affetti familiari, proseguiamo il nostro viaggio nella memoria collettiva con un racconto che ci riporta alla vita quotidiana di un tempo.
A Buggerru — come in ogni comunità forgiata dalla miniera — tutto aveva un valore nel tempo, ogni oggetto un destino possibile, ogni scarto una nuova funzione. In un mondo dove nulla si sprecava, la creatività diventava necessità, e la fantasia dei ragazzi sapeva trasformare legni storti, cuscinetti usurati, corde spelacchiate e pezzi di ferro in mondi interi da esplorare.
In queste pagine potrete ritrovare, insieme a una breve sintesi della vita del paese, il gusto semplice e genuino del gioco costruito con le proprie mani, le strade polverose percorse da carretti lanciati a tutta velocità, i ruderi della Laveria Vecchia trasformati in fortezze e campi di battaglia, i giochi con bambole di pezza, gli aquiloni con carta di giornale che salivano alti sfidando il maestrale.
Non vi anticipiamo altro, il racconto che segue è un invito a ricordare che, tra la scarsità di mezzi e l’ingegno, si trovava un mondo, un patrimonio di libertà e immaginazione che ancora oggi dovrebbe appartenere al nostro DNA sociale.
Buona lettura.
Dove non si buttava via niente e i giochi strampalati
Chi è cresciuto in un paesino minerario, come Buggerru, lo sa bene: tutto, ma proprio tutto, ruotava intorno alla miniera.
Parliamo dei primi tempi andati, quando la miniera ti dava il lavoro e quel minimo di sostentamento che consentiva di sopravvivere in qualche modo, in uno stato di stenti e sfruttamento che oggi farebbe rabbrividire qualsiasi ispettore al lavoro. I più agiati erano i Direttori, i Capi Servizio e gli Impiegati, inizialmente quasi tutti di origine francese. Da qui il vezzo di chiamare Buggerru: la Petit Paris. Si costruirono intorno un ambiente confortevole che cercava di riprodurre quello stile di vita parigino, borghese e raffinato. Un comportamento di chiaro stampo coloniale. Questo divario sociale era visibile a occhio nudo; da un lato, le eleganti palazzine della Direzione e della Villa Ospiti, circondate da giardini curati e protette da alte mura; dall'altro, le umili casette dei minatori addossate una all’altra, costruite in fretta e spesso con materiali di recupero. Era la rappresentazione concreta di una gerarchia rigida, dove il lusso di pochi si specchiava nella miseria di molti.
Prima la Société des Mines de Malfidano e poi la Società Mineraria e Metallurgica di Pertusola (che la incorporò), amministravano ogni aspetto della vita comunitaria. La Società, come la chiamavano tutti, era proprietaria e gestiva gli alloggi, l’emporio di generi vari, l’ospedale, la farmacia e perfino il cinema. L’organizzazione era in qualche modo efficiente, ma totalizzante; un sistema chiuso, che garantiva lavoro ma anche controllo e sottomissione a tutti i livelli. La popolazione viveva dentro un ambito da cui era difficile uscire. L’obiettivo della Società era disporre di una comunità organizzata da cui pretendere la massima operosità produttiva.
Il simbolo più evidente di quel sistema era lo spaccio aziendale: “la Cantina”. Lì non si usavano i contanti, si comprava a libretto, a credito, e a prezzi rialzati. La Società ti garantiva la paga minima, ma te la riprendeva vendendoti quanto necessario per sopravvivere. Una giostra subdola, che teneva intere famiglie in una sorta di servitù economica ricattatoria e le imprigionava in un ciclo continuo di lavoro e debito. Le tensioni sociali erano enormi, che sfociavano a volte in proteste e scioperi improvvisi. Tra questi, il più emblematico e storicamente importante fu quello spontaneo del 4 settembre 1904, che finì nella repressione violenta da parte dell’esercito, con tre minatori uccisi e molti feriti tra i manifestanti accalcati sul piazzale dell’Atelier della Falegnameria e dei Forni di Calcinazione.
Facendo un salto di circa cinquanta anni, alla fine degli anni Sessanta, la Pertusola abbandonò la comunità al suo destino. Quando infatti il massimo profitto degli utili svanì per la caduta dei prezzi delle materie prime nel mercato internazionale, l'Azienda si ritirò, lasciando in eredità solo miniere improduttive, ferite aperte sul paesaggio e la tremenda paura di rimanere senza lavoro né futuro.
Quegli anni furono segnati da una grande e disperata emigrazione. Giovani e meno giovani si trovarono costretti a inventarsi un futuro altrove. E in tanti lo trovarono, realizzandosi anche con piena soddisfazione, costruendosi la famiglia lontano dal paese, pur tornando con nostalgia, a trovare i propri cari per le vacanze. Buggerru, che un tempo era stata un’attrattiva per tanta gente, si trasformò in una terra che scacciava i suoi figli.
Per non sprofondare nel disastro della disoccupazione generale, intervenne lo Stato con le sue società pubbliche che rilevarono le attività minerarie della Pertusola, e delle altre società private operanti in Sardegna. I vari Enti Minerari, statali e regionali che si succedettero, non cercarono il massimo profitto economico, ma svolsero la funzione di ammortizzatori sociali, gestendo pur tra forti tensioni il lento, inevitabile declino industriale e sociale di tutto il settore minerario sardo.
Eppure, accadde qualcosa di inatteso, l'ultima incredibile sorpresa: per chi scelse di restare in paese per continuare a lavorare in miniera le condizioni di vita migliorarono nettamente. Grazie agli accordi sindacali, i salari aumentarono e la sicurezza nelle gallerie crebbe in modo significativo. Fu una vera e propria fiammata di dignità e relativo benessere per tutta la comunità. Anche Buggerru conobbe il “grande boom economico nazionale” degli anni ‘60, un periodo d'oro che si protrasse per diversi decenni. Con questa nuova sicurezza economica, le famiglie ebbero la possibilità di investire nel futuro: ad esempio poterono finalmente far studiare i propri figli, innescando anche quel meccanismo virtuoso di crescita noto come "Ascensore Sociale". Questa rinascita, tuttavia, era destinata a finire. Con il pensionamento della generazione di minatori, le gallerie rimasero vuote e nessun giovane prese più il loro posto. Così, inesorabilmente, i paesi nati e cresciuti attorno alle miniere videro spegnersi la loro ragione d'essere produttiva e si ritrovarono a dover affrontare, con caparbietà e difficoltà, la ricerca di nuove opportunità di sviluppo. Restarono soprattutto le pensioni dei minatori come fonte principale di reddito familiare e del paese.
Ma ritorniamo al titolo del racconto.
Nella logica di monocultura mineraria che aveva plasmato ogni aspetto della nostra esistenza, una regola autarchica era radicata nello spirito della gente: "In miniera non si butta via mai niente".
Questo principio e i conseguenti comportamenti erano una necessità vitale e un tratto distintivo, non solo delle comunità minerarie, ma di tutte le comunità povere, come quelle contadine, montane, pastorali o anche marinaresche, dove non ci si può permettere di sprecare risorse, e la sopravvivenza dipende dall'uso minimo e oculato di ciò che si ha a disposizione.
L’economia mineraria, per quei tempi industrialmente e tecnologicamente molto avanzata, abbandonava una buona varietà di scarti. La popolazione, abituata al riuso, aveva trasformato quel recupero in un'arte geniale. Ogni oggetto dismesso trovava una seconda vita. Niente veniva gettato definitivamente. Questa filosofia del “non spreco” era forzatamente una necessità vitale, un tratto identitario, un segno della frugalità di una comunità che doveva fare i conti con la scarsità dei beni imposta dall'isolamento e dallo sfruttamento del sistema produttivo straniero. Il legno usato per gli armamenti nelle gallerie, una volta dismesso, veniva recuperato e utilizzato per costruire o come legna da ardere.
Le recinzioni di casa? Trovavi assi e spezzoni di rotaie delle gallerie. I pergolati? Sostenuti da tubi, barre da mina e filo di ferro di recupero. Gli impianti elettrici casalinghi? Realizzati con filo isolante per le mine.
E noi ragazzi? Eravamo gli utilizzatori finali di questi scarti. I carretti, dei bolidi fai-da-te, per esempio, erano assemblati con avanzi di legname e rifiuti di ogni tipo riciclati: per le ruote riutilizzavamo i cuscinetti a sfera smaltiti dall’Officina Meccanica. Quando li lanciavamo a rotta di collo giù dalle discese più ripide delle vie alte del paese (Montebeccu o Via Roma), scendevamo sino al mare, tra risate, polvere, ribaltamenti e ginocchia sbucciate. Le macchine erano poche, per fortuna, ma le lamentele del vicinato erano tante, soprattutto il dopopranzo. Era la nostra Formula Uno di paese.
Anche le bambine riproducevano un piccolo mondo tutto loro: cucivano vestiti per le bambole con gli scampoli delle mamme, educandole ai riti della vita quotidiana, o facevano finta di cucinare un pranzo con erbe raccolte in giro. Anche quello era un modo per sentirsi grandi, per imitare la vita degli adulti.
I giochi erano in genere stagionali e il periodo estivo aveva il suo teatro naturale nella spiaggia e a mare. Ma questi vasti scenari meriteranno un racconto a parte.
Quando, ad esempio, arrivava la primavera, con il suo vento di maestrale dominante, si passava all'arte aerea degli aquiloni. La costruzione era un rituale: carta di giornale, stecche di canne, colla fatta in casa con farina e acqua (la pastella), gli anelli di carta della coda e dei lati per stabilizzare l’aquilone. E volava alto, con i rotoloni di spago recuperati e aggiunti, sfidando il cielo con la delicatezza che solo un gioco povero ma perfetto può darti.
Per noi, non c'era soddisfazione più grande che vedere il nostro aquilone, in alto, dominare la vasta distesa azzurra, a volte così in alto da sembrare solo un punto nel cielo, con la linea di spago che vibrava come una corda tesa. A volte lanciavamo i “telegrammi”: fogliettini di carta infilati sulla corda che spinti dal vento volteggiavano spingendosi verso l’alto sino all’aquilone.
Ma il parco giochi per eccellenza erano i ruderi della “Laveria Buggerru”, nota come la Laveria Vecchia, al centro del paese dove ora sorgono le Scuole e il Municipio. Dismessa e smantellata, erano rimaste solo le mura fatiscenti, che avevano assunto un'aria spettrale.
Anche queste strutture abbandonate rispettarono la legge inesorabile del recupero.
In mezzo alle rovine, in un ampio spiazzo di terra battuta, c'era il Campo del Tennis, allestito inizialmente dagli impiegati francesi con un certo snobismo coloniale. Dopo, negli anni '50-'60, i ragazzi del paese lo avevano “requisito”, trasformandolo in un campetto di calcio all'aperto.
Tra resti diroccati e anfratti oscuri eravamo gli imitatori dei "ragazzi della via Pal". Non avevamo bandiere, ma ingaggiavamo avventure inesauribili, felici e incoscienti dei rischi che correvamo in quell’ambiente smandruppato. I basamenti diroccati, le vasche vuote e le gallerie abbandonate della vecchia laveria erano i nostri fortini e i nostri nascondigli, luoghi ideali per le avventure più fantasiose. Ad esempio un grande basamento con strane buche in cemento e lunghi tirafondi in acciaio, per noi era “il carrarmato”. I cunicoli dei vecchi camminamenti interni erano oscuri labirinti, che ogni tanto si rischiaravano grazie a delle aperture ad arco verso il paese. I genitori ci mettevano in guardia, temendo crolli o infortuni, ma per noi quel pericolo era parte integrante dell'eccitazione. Era il nostro West, un territorio selvaggio da esplorare e conquistare ogni giorno.
Qui, tra le cricche, si combattevano le epiche battaglie a "is strumpa", una specie di lotta libera sarda: si lottava corpo a corpo, cercando di atterrare l'avversario con prese rudi ma non pericolose. E quando il “futile motivo” della contesa lo richiedeva, si passava alle fionde, con lanci di pietre e bastoni. Le maniere forti, per quanto rudi, erano regolate da un codice d'onore non scritto, ereditato forse dall’ambiente duro ma leale della miniera; era raro che i rancori durassero oltre il calar della sera, quando, sporchi e stanchi, tornavamo alle nostre case. La Laveria Vecchia non era solo un luogo di gioco, ma una vera e propria arena sociale, una palestra di vita in cui imparavamo la competizione e la lealtà, lontano dallo sguardo severo degli adulti.
La nostra arma era il temibile "tiralastico", una fionda costruita con una forcella di legno, o, per i più innovatori, di fildiferro piegato, e con fettucce di caucciù o di gomma tagliate dalle camere d’aria di recupero. Tutti l’avevamo in tasca. Era un arnese che lasciava il segno, qualcuno dei "reduci" conserva ancora "is trincusu", le cicatrici di guerra sul cuoio capelluto, portate allora con l'orgoglio di una medaglia al valore!
L’ex Campo del Tennis era diventato il nostro campetto di calcio per interminabili partite, polverose o fangose a seconda della stagione. Le stesse bande che si affrontavano nelle scaramucce, lì si battevano in disfide calcistiche, forse più nobili (per modo di dire!), ma non meno furiose, con l'identico risultato finale: lividi e sbucciature garantite. Le squadre erano in effetti squadrette, in genere di sette o otto giocatori, visto anche le ridotte dimensioni del campo. Le porte? Niente pali veri! Erano tracciate con la calce sulle pareti di pietra, il che generava accanite discussioni sul "goal fantasma".
Il campo era delimitato dai resti delle mura della Laveria, dotato addirittura di spalti, un piano rialzato di due metri perfetto per gli spettatori, ovviamente mai paganti.
Il corredo sportivo era il più improbabile, ma se avevamo le maglie almeno di colore simile per ogni squadra, magari con i numeri cuciti in casa e un pallone di cuoio unto di sego (il grasso animale per ammorbidire le cuciture), o dopo quelli più pratici in plastica, beh... allora ci consideravamo giocatori di serie A.
Il campetto è stato pure la nostra strampalata palestra scolastica a cielo aperto per le lezioni di Educazione Fisica delle Medie. Ed era uno dei rari casi in cui i ruderi venivano frequentati apertamente anche dalle ragazze, di solito per giocare insieme alla “bandierina” o alla nascente pallavolo. Altrimenti, tra noi maschietti ingaggiavamo la consueta partitella di calcio. Quando invece il professore si metteva di buzzo buono e chiedeva di eseguire dei veri e propri esercizi ginnici, allora ci gasavamo sentendoci un po’ "alunni cittadini" … noi, esuberanti ragazzi rustici, figli della miniera.




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