Rubrica Memorie di Buggerru - Tra Miniera e Mare - Il Dovere di Ricordare - Aprile 2026 - La Porta Aperta
- Viviamo Buggerru

- 2 giorni fa
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LA VIA CRUCIS VIVENTE DI BUGGERRU: MEMORIA DI UNA PASSIONE VISSUTA
Di Renzo Licciardi
A Buggerru ci sono cose che non finiscono davvero. Si fermano, questo sì, si spengono come una luce quando giri l’interruttore… ma restano accese da qualche parte dentro, come il rumore del mare che senti anche quando sei lontano.
La Via Crucis “vivente” con le comparse per il paese era così.
Non era solo una “cosa di chiesa”, e chi l’ha vissuta davvero può capirlo fino in fondo. Era il momento in cui il paese si ricomponeva, si rimetteva insieme pezzo per pezzo. Gente che durante l’anno si salutava appena, lì lavorava fianco a fianco. I giovani, soprattutto loro, trovavano uno spazio che non avevano altrove. E non si parla solo dei più esperti o dei più visibili, si parla di tutti, inclusivamente.
Nella Via Crucis tutti diventavano qualcuno nella narrazione, a pieno titolo.
Un apostolo, un soldato, un membro del Sinedrio. Perfino un semplice figurante… ma con un ruolo, con un peso, con uno sguardo addosso che non era giudizio, ma attenzione.
Era il 1973, quando tutto è cominciato, e nessuno si immaginava cosa sarebbe diventato. Il promotore principale fu Don Salvatore Benizzi, con il supporto dei ragazzi del coro parrocchiale e di altre figure che contribuirono attivamente, come il professore Gianni Degortes e suor Agostina nel ruolo di voci narranti lungo le scene. Si respirava quell’aria nuova, un po’ ribelle, un po’ ingenua. La musica del film Jesus Christ Superstar girava nelle teste dei giovani, e da lì si sviluppò l’idea.

Il primo Gesù fu Emiliano Cirronis: magro, con la barba, serio, con quella voce e luce negli occhi che non era recitazione.
Per tre anni portò lui la croce.
Poi vennero gli altri: lo stesso don Salvatore nel ruolo di Gesù, Marco Puggioni in quell’edizione strana fatta dentro la chiesa per via del maltempo, Sergio Onali nel ’89, Tore Silanus nel ’90… ognuno ha lasciato qualcosa, un modo diverso di stare dentro quella storia.

E poi il vuoto: il 1991. Non si fece nulla.
Chi non c’era potrebbe pensare: “vabbè, un anno senza rappresentazione”… ma non fu così semplice. Fu come se il paese avesse perso una voce. Un silenzio vuoto.
Allora, nel ’92, Giorgio Mameli e Fabio Ravot provarono a rimettere insieme i pezzi, a volte senza sapere bene da dove cominciare, cercando di trovare le migliori soluzioni e interpretazioni sceniche, le riletture più profonde dei temi religiosi e sociali rispetto alle precedenti Vie Crucis strettamente ortodosse dettate dalla tradizione. Ma quando il paese capì che si voleva ripartire, rispose. E quello fu forse il primo vero segno che la Via Crucis non era di chi la organizzava, ma di tutti.

A un certo punto successe qualcosa che cambiò tutto: arrivò la musica.
La collaborazione con il gruppo di Prima Radio Buggerru portò una nuova colonna sonora che non fossero i canonici inni e salmi, e da quel momento la Via Crucis smise di essere solo rappresentazione. Diventò esperienza comunitaria allargata rispetto alle mura della chiesa.
Quando Fabio faceva partire Time dei Pink Floyd, il tempo davvero sembrava fermarsi. Ummagumma, Atom Heart Mother… e poi il Stabat Mater di Pergolesi, il Mosè di Morricone, l’Ave Maria sarda di De André.
Non era una scelta casuale, era il linguaggio attuale, il modo in cui alcuni giovani del paese raccontavano se stessi nei tempi del momento, dentro una storia più grande. E Don Salvatore, da attento conoscitore delle dinamiche giovanili, le accolse convintamente.
E’ più che dovuto omaggiare anche tutte le persone che pur non apparendo direttamente nelle scene, hanno fatto sì che le azioni sceniche itineranti si potessero rappresentare al meglio.
Si pensi alla preparazione delle tante location delle "stazioni" sparse negli angoli più suggestivi del paese che cambiavano ogni anno: il Parco Giochi diventava l’Orto degli Ulivi, le colonne della Chiesa erano quelle del Palazzo di Pilato, i ruderi dei Forni di Calcinazione il Sinedrio, le rocce della miniera di Malfidano rappresentavano il Golgota, ecc. ecc.. Le scene erano curate con delle belle scenografie artistiche, ad esempio quelle realizzate da Delia Caravana, gli abiti cuciti laboriosamente a mano dal gruppo delle donne e ragazze, e gli impianti elettrici mobili delle casse e delle luci. A questo proposito come non ricordare l’infaticabile e generoso Tore Scalas.

C’erano poi le collaborazioni dei vari Parroci che hanno raccolto il testimone da Don Salvatore in poi, il supporto delle Amministrazioni Comunali, la condivisione logistica delle varie associazioni del paese, come la Proloco.
Non potendo citare tutti i vari partecipanti che si sono susseguiti negli anni, in questo racconto ricordiamo emblematicamente i nomi di quelli di una edizione per tutte: quella del 2015. Le foto non sono tutte corrispondenti a quell’anno ma saltano alle altre edizioni senza uno stretto ordine cronologico.
Di seguito possiamo scorrere dei flash emotivi delle scene principali, quelle che ancora oggi, se si ripensa al passato, scorrono come un film immaginario, ma verosimile.
Ciak! Si Gira!
L’ingresso a Gerusalemme.
Gesù (Emilio Puggioni) avanzava lentamente, e attorno a lui i bambini. Non recitavano: correvano davvero, ridevano davvero. Quando diceva “Lasciate che i pargoli vengano a me”, non era una battuta. Era un momento vero. La gente si stringeva, si apriva, partecipava.
Non c’era più pubblico e attori. C’era il paese.

Il Sinedrio.
Caifa (Alfonso Deriu), Anna (Fiorenzo Mura), Giuseppe d’Arimatea (Mariano Congia), Nicodemo (Andrea Salis), Zerath (Pierpaolo Piras), Gamaliele (Giancarlo Esu), Alessandro (Andrea Muru), Levi (Bruno Onali), Siro (Lorenzo Castagna), Dathae (Elia Broccia).
Li guardavi e non vedevi più i loro nomi di tutti i giorni. Diventavano davvero altro. E il bello è che molti di loro erano persone semplici, qualcuno anche schivo. Ma lì dentro tiravano fuori una forza che sorprendeva.
Nicodemo (Andrea Salis), quel modo di dire le frasi con un dubbio dentro, come se ci credesse davvero.

Il patto di Giuda.
Giuda (Andrea Caddeo) non era mai facile da fare. Eppure ogni volta qualcuno riusciva a renderlo umano. Le monete, il suono secco… e quel momento in cui capivi che il tradimento non era cattiveria, ma fragilità, segnato dal destino già stabilito nelle Sacre Scritture. E questo arrivava alla gente.

L’Ultima Cena.
Un tavolo, una luce calda, e attorno volti che conoscevi da sempre. Pietro (Cristiano Di Palma) con quell’impeto che sembrava vero, Giovanni più silenzioso.
Quando Gesù diceva “uno di voi mi tradirà”, il silenzio calava davvero. Non era teatro. Era tensione condivisa.

L’Orto degli Ulivi.
Quella scena aveva sempre qualcosa di diverso. Più intimo. Più difficile. Gesù (Emilio) da solo, la voce che si spezzava. E’ il dubbio, la sua coscienza di uomo che vacillava, sussurrato da una istigante Glenda Cannas.
E quando arrivava il bacio di Giuda… lì si sentiva proprio una vibrazione negativa nell’aria.

Il processo.
Pilato (Lorenzo Di Palma) è uno di quei ruoli che restano addosso. Non era il cattivo. Era uno diviso. Un tormentato dal dubbio e dall’imporre il suo ruolo di rappresentante politico dell’Impero. E Lorenzo lo faceva vedere bene, con quello sguardo che cercava una via d’uscita che non c’era.

Erode (Alessandro Figus), invece, portava un’altra energia con la sua corte godereccia. Ostentava presuntuosamente un potere più teatrale, più irriverente e frivolo, ma sempre crudele e assoggettato al volere centrale di Roma. E proprio per questo funzionava.

La flagellazione.
Quella scena non aveva bisogno di effetti. Bastavano i suoni cadenzati delle frustate. Il corpo. Il silenzio attorno.
La gente che distoglieva lo sguardo.

La Via del Calvario.
E poi la salita.
Lì usciva tutto. La fatica vera, il peso della croce, la lentezza dei passi. Gesù (Emilio) che cadeva, e ogni caduta sembrava pesare anche su chi guardava.

Dopo, le Pie Donne: un pianto corale, un battersi il petto che rompeva il silenzio. La Veronica (Marusca Algisi) asciugava pietosamente quel volto di sangue e sudore, cercando di raccogliere in quel tessuto l’essenza stessa degli ultimi attimi di Cristo.
Dalla folla spuntava Maria (Eleonora Di Palma). I discepoli erano fuggiti, lei no: restava lì col coraggio e la fede di una madre nell'ora più buia. Un movimento brusco, le lance dei soldati a sbarrare la strada, poi il comando secco commiserevole del Centurione: "Lasciate passare questa donna!". L'abbraccio con il figlio non era teatro, era il cuore del mondo che si stringeva.

Intanto il Samaritano Simone di Cirene caricava il legno e due malfattori seguivano il medesimo destino. Tra la gente, Pietro (Cristiano) osservava da lontano, incapace di avvicinarsi.
La Crocifissione.
Niente effetti inutili. Solo gesti, suoni, distanza. Il pathos arriva al suo culmine.
Il Calvario si faceva cornice identitaria delle miniere tra le rocce e il vento. Gesù (Emilio) issato tra i due malfattori (Valentino Esu e Andrea Caddeo): da un lato l'insulto del "cattivo", dall'altro la richiesta di luce del "buono". "Oggi sarai con me in paradiso". Sotto la croce, gli scherni di Anna e Caifa tagliavano l’aria: "Salvi se stesso, se è il Figlio di Dio!". I soldati che si giocavano la tunica ai dadi.

Poi l'ultimo legame umano: lo sguardo tra Gesù, la Madre e Giovanni. "Donna, ecco tuo figlio". Il buio si faceva spazio, rotto solo dalle fiaccole e dai fuochi dei soldati. Il tempo sembrava fermarsi davvero.
L’urlo finale: "Padre, nelle tue mani affido il mio spirito". Quando Gesù spirò, il silenzio fu assoluto. Il Centurione (Fabio Pitzalis) dava voce allo stupore di tutti: "Veramente costui era il Figlio di Dio".

La “macchina da presa” si allontanava. Le figure restavano ferme. Il vento si sentiva davvero. E nessuno parlava. Perché non serviva.

La gente andava via con un senso di pace interiore per aver partecipato anche quell’anno con il cuore a quell’intimo evento religioso e comunitario.
FINE
La fine della testimonianza corale.
Nel 2013 Giorgio ci lasciò prematuramente e la Via Crucis si fermò con lui per un anno.
Si riprese con l’edizione del 2015 nella quale Fabio curò la regia da solo, enfatizzando l’introspezione in alcuni personaggi. Lui non c’era più e tutto ebbe un senso di grandissima tristezza. Ma forse proprio per questo quell’edizione fu la più intensa, la più ricordata. I ragazzi diedero tutto. Non recitavano. Vivevano il dramma.

Sull’onda di quella esplosione di affetto nacque l’Associazione Giorgio Mameli che portò avanti le edizioni sino al 2019, che fu l’ultima.
E poi? Tutto si è fermato!
Le strade sono le stesse, le case anche. Ma il Venerdì Santo non è più uguale. Non c’è quell’attesa, quel movimento, quella tensione che accompagnava quei giorni. E soprattutto, manca quello spazio per i giovani.
Perché la verità è questa: la Via Crucis era fede, sì, certo, ma era anche, e forse soprattutto, comunità.
Era il luogo dove uno poteva essere visto e riconosciuto come parte attiva del paese.
Oggi resta la memoria. Per ogni Pasqua quel film continua a girare nei ricordi della gente.
Ogni tanto, quando passa il vento giusto, sembra quasi di risentire una di quelle musiche lontane, e per un attimo, davvero, sembra che tutto possa ricominciare... come da questo brano finale di allora:
NB: Alcune fotografie sono state scaricate dalla rete e non si conoscono gli autori, tranne quelle di Irene Solinas e Valentino Angioni, che ringraziamo.


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