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Rubrica - Il dovere di ricordare-Aprile 2026-La Porta Aperta

MEMORIE DI BUGGERRU: TRA MINIERA E MARE


Salvatore Padre e lo Squalo: i primi anni in mare


di Renzo Licciardi


Sappiamo bene che con il passare degli anni, i ricordi di gioventù diventano come certi tramonti a Buggerru: bellissimi, caldi, quasi magici. È facile guardarsi indietro e vedere solo la bellezza di quegli anni, quando si era nel pieno della forma fisica e la vita sembrava una strada tutta da percorrere, piena delle più rosee aspettative. Però, a voler essere onesti con se stessi, c’è il rischio di addolcire troppo quelle memorie. La verità vera è che l’adolescenza è un periodo particolarmente complicato, con le sue ansie, i momenti di stress e quella timidezza che a volte ti faceva chiudere in te stesso. Non era tutto sole e sorrisi, c’erano anche le paure di non essere all’altezza delle situazioni o i pensieri che ti facevano stare sveglio la notte, magari per una ragazza che ti piaceva ma non riuscivi a dichiarare. Eppure, nonostante quel groviglio di emozioni, questo racconto non può che essere vergognosamente generoso e indulgente verso quel periodo.


il rientro della barca
Il rientro al tramonto

A Buggerru, in quei tempi imberbi, non stavamo certo a guardare l'orologio. Il nostro tempo lo decideva il sole: quando sorgeva da Monterosmarino era ora di muoversi, quando scendeva sull'orizzonte si tornava. Eravamo una bella compagnia, una banda di amici cresciuti insieme dall’asilo, uniti come fossimo fratelli della stessa età. Risultavamo in qualche modo figli della miniera, certo, ma il mare lo sentivamo nel corpo. Se non altro perché lo vedevamo tutti i giorni e i nostri polmoni si riempivano di continuo dei suoi vapori saturi di iodio, soprattutto quando soffiavano fortissimi il maestrale o il ponente. Vivevamo abbastanza liberi nel paese, quasi allo stato brado, anche se sapevamo che la sorveglianza discreta dei genitori, e di tutti nel paese, era premurosamente attenta.


Durante quella adolescenza più o meno spensierata, c’è stato un periodo in cui il centro del nostro mondo era una barca di legno costruita a Carloforte: il “Salvatore Padre”. Non era una grande imbarcazione, un vecchio legno di cinque metri, intriso di salsedine e di storie di famiglia. Prima di noi lo avevano usato mio padre Nino, gli zii Carlo e Piero, ma ancora prima, nonno Vincenzino, che andava a pescare per mettere insieme il pranzo con la cena dopo i turni nell’officina della miniera.


Quella barca, noi della banda, l’avevamo salvata da un tragico destino. Era stata abbandonata a malincuore dalla famiglia sulla spiaggia, dichiarata ormai inutile, finita. Con una passione che solo a quell’età si può avere, sotto il controllo dei grandi, l’abbiamo scrostata con la fiamma del cannello a gas centimetro per centimetro e poi calafatata sigillando ogni fessura con spago e catrame caldo. L’anziano Tziu Enrichetto Esposito ci dava i consigli giusti. Fu proprio lui a rifare il legno della “pernaccia” della prua rovinata. Quando arrivò il momento di riverniciare tutta la barca, abbiamo voluto fare di testa nostra. Oltre alle tradizionali fasce tricolori orizzontali, abbiamo voluto aggiungere la nostra firma: sulla prua dipingemmo il muso di uno squalo, con tanto di denti affilati e sguardo truce.


Il risultato finale ci entusiasmò moltissimo! Solo dopo i lavori di recupero dello scafo, mio padre e zio Carlo risistemarono anche il motore facendolo rinascere a nuova vita. Il varo fu un evento da brividi: con nostra grande soddisfazione accertammo che non imbarcava acqua dalle fessure del fasciame… almeno, nei limiti accettabili. Ancor di più toccammo il cielo con un dito quando partimmo tutti a bordo per il primo giro di prova con il motore allegramente scoppiettante.


Lo squalo bianco
Lo squalo bianco

Oggi possiamo capire che, senza neppure rendercene conto, vivemmo un passaggio importante della nostra crescita, individuale e di gruppo. Era la consapevolezza che seppure ancora dei ragazzini, i nostri genitori si potevano fidare, lasciandoci scorrazzare in mare da soli senza troppe evidenti apprensioni. Autostima a mille!


Eravamo cresciuti con l’insegnamento che il mare, se lo rispetti, ti accoglie benevolmente. In fondo vivevamo il golfo e la costa un po’ come il proseguimento delle strade polverose del paese. Approdavamo ovunque: dalle spiagge dorate di Scivu fino alla roccia imponente di Pan di Zucchero. D’estate, una volta chiuse le scuole, stavamo fuori dall’alba al tramonto, immersi in quel blu, in giornate che sembravano non finire mai.


Però bisogna essere sinceri, non eravamo dei pescatori. Per noi la barca era svago, un gioco per sentirci più grandi e liberi. Eravamo dei privilegiati perché certamente non avevamo addosso quel carico di fatica e quella responsabilità di dover "portare a casa la giornata", che invece i pescatori del paese vivevano duramente sulla propria pelle ogni santo giorno, con mare calmo o agitato. In questo eravamo senz’altro dei fortunati, perché del mare prendevamo l’aspetto più piacevole.


Il nostro interesse e la felicità più grande era principalmente vivere il mare "da sotto", dentro quella dimensione fantastica che è “il mondo subacqueo”. L’avevamo scoperto all’inizio con la pesca tra gli scogli vicini al molo, senza una barca di appoggio. A quei tempi la pesca in apnea era una cosa abbastanza nuova per il paese, ma che si sarebbe diffusa rapidamente vista la pescosità di allora; era un mondo tutto da esplorare che ci faceva sentire quasi dei pionieri.


L’accabussata e lo spuntino


Il momento più entusiasmante era “l’accabussata”, l'immersione. Sotto la superficie il mondo cambiava: suoni ovattati, niente gravità. Con il respiro trattenuto il più possibile ci muovevamo lentamente, come astronauti nel blu, tra i riflessi smeraldo degli scogli e le distese ondeggianti di posidonia. Agli inizi avevamo un’attrezzatura spartana, ridotta al minimo: niente muta, fucili a molla di quelli più economici, mascherine rigide che imbarcavano acqua, ma che per noi erano comunque il massimo.


Non prendevamo solo pesci: il mare ci offriva patelle, bocconi e, quando era stagione, i ricci, dalle uova vermiglie, da raccogliere con cura incastrati tra le rocce a macchie nere. Era un tacito patto tra noi e la natura, si prendeva quello necessario, niente di più, cercando a fatica di mettere a freno la propria bramosia tipica giovanile.


Verso mezzogiorno si mangiava a bordo. Spesso bastava un bel panino imbottito con una scatoletta di tonno e un succoso pomodoro rosso. Ma quando la pescata era buona o avevamo voglia di goderci la costa, sbarcavamo a Scivu o a Cala Domestica, dei paradisi dove allora non c’era anima viva. Tra quattro sassi per barbecue e con la legna raccolta dalla macchia circostante improvvisavamo un fuoco, e già questo era motivo di un orgoglio abbastanza infantile.


Quando restava solo la brace, buttavamo a sfrigolare sopra una vecchia griglia i saraghi, le mormore o i muggini appena pescati. Il loro profumo e il gusto è ancora qualcosa di indimenticabile. Mangiavamo voracemente scottandoci le dita. Era la felicità vera, quella semplice, la barca ormeggiata a riva, in mezzo alla pace della costa e al rumore delle onde, con il sale che si seccava sulla pelle.


grigliata pesca sott'acqua
Grigliata della pesca sott'acqua


La pesca di notte


A volte, se il mare era dichiaratamente calmo, uscivamo anche di notte. A quei tempi era infatti permessa la pesca subacquea notturna. “Lo squalo” scivolava nel buio, sulla superficie illuminata dalla luna, sotto una coltre di stelle particolarmente splendenti e dense. Una volta raggiunto il punto scendevamo in acqua con le torce: un fascio di luce che andava scovando i pesci addormentati.


Ci voleva un po’ di sangue freddo perché il nero avvolgente dietro le spalle metteva inizialmente a disagio, ma sapere che i tuoi amici erano lì vicino ti faceva stare tranquillo. Tra nugoli di fantasmagorici piccolissimi pesci luminescenti si sentivano soltanto i tiri dei fucili dei compagni vicini.


Qualche volta per illuminare usavamo una vecchia Lampàra chiesta in prestito ai pescatori: un grande globo di vetro con una intensa luce a gas, fissato sulla prua, illuminava una ampia area del fondale.

La barca avanzava lentamente a remi lungo la costa seguendo noi che pinneggiavamo silenziosamente senza spruzzare l’acqua. La notte i pesci erano dormienti o meno sfuggenti rispetto al giorno. Lì la pesca diventava fin troppo facile, tutto a scapito delle prede, tanto che oggi quella pratica è giustamente proibita per legge.


Il rientro al tramonto


Gli imprevisti capitavano. Magari il motore decideva di fermarsi inaspettatamente lasciandoci in asso proprio nel bel mezzo del mare, e allora, dopo l’inevitabile lancio di imprecazioni, mettevamo i remi in acqua. Non importava quanto fossimo lontani, la rabbia diventava forza. Puntavamo i piedi sul legno del paiolato e via di braccia, spingendo a ritmo con tutta la forza della gioventù: dovevamo tornare più in fretta possibile per non far stare in pensiero i nostri. Solo una volta un guasto in tardo pomeriggio ci fece rientrare a remi al buio, con grande scorno nostro e sconcerto dei familiari che ci aspettavano con le lampade a terra: non c’era ancora il telefonino!


il molo senza porto
Il molo senza porto

Al tramonto, quando il cielo incominciava a striarsi di rosso e arancio, puntavamo verso il porto. Mettevamo il pesce bene in vista, orgogliosi come se avessimo vinto un trofeo. L’arrivo al molo era un rito: di solito c’erano parenti e amici, e immancabilmente trovavamo anche gli anziani pescatori seduti sulle panchine a passare il tempo, che con un mezzo sorriso ci prendevano amichevolmente in giro per l’ingenua esibizione del pescato.


Il recupero a terra


La lunga giornata finiva con l’ultima fatica. All’epoca non c’era il porto di adesso. Se il mare era mosso si tirava la barca in spiaggia con i “parati” a forza di braccia. Se invece si decideva di portarla sopra la banchina si doveva centrarla e bilanciarla nell’imbracatura della gru, mentre le onde ti sbattevano contro il molo, e poi su di manovella, per issarla col verricello più rapidamente possibile. Un test di resistenza fino all’ultimo sforzo. Solo alla fine potevamo spartire la pescata da portare a casa, seguendo le regole stabilite dal gruppo.


Buggerru 1978
La gru di alaggio - Buggerru 1978

Eravamo solo dei ragazzini, ma ci sentivamo in parte componenti minori e accettati dalla vera marineria del paese.

Soprattutto sapevamo che il giorno dopo lo Squalo sarebbe stato lì ad aspettarci per un'altra avventura.

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