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Rubrica - Memorie di Buggerru: tra miniera e mare - Prima parte "Metalla"- Maggio 2026 - La Porta Aperta

IL DOVERE DI RICORDARE


METALLA: LA NOSTRA ATLANTIDE, UN SEGRETO TRA STORIA E MERAVIGLIA.


PARTE 1


di Renzo Licciardi


Premessa


Metto subito le mani avanti a scanso di spiacevoli equivoci: questo racconto non ha assolutamente l’intenzione di presentare un appunto storico approfondito ed esauriente, né di affrontare in termini accademici un tema storico complesso che ancora ha molti aspetti da svelare e con diverse ipotesi di interpretazione del passato. Chi scrive non possiede i titoli né gli strumenti per una trattazione specialistica, già opportunamente sviluppata con rigore da studiosi autorevoli.


Accanto agli studi ufficiali, non sono mancati negli anni sguardi appassionati: ricercatori e

conoscitori del territorio che, tra cammini, indagini sul campo e scritti, hanno provato a inseguire le tracce storiche del nostro territorio, avanzando ipotesi sugli scenari più antichi. Frammenti di ricerca che cercando di dissolvere i misteri continuano ad alimentarli. A questo proposito, per chi volesse approfondire si possono consultare i testi citati nella bibliografia a margine della seconda parte del racconto.


L’intento di queste righe è piuttosto quello di insinuare benevolmente, nei lettori più curiosi di queste pagine, un argomento affascinante, stimolando interesse e attenzione. Allo stesso tempo, si propone una riflessione su come un tema ancora avvolto dal mistero possa oggi essere valorizzato in chiave culturale e turistica, facendo leva sulla forza evocativa del mito e della sua narrazione.


Proprio per dare corpo a questa chiave narrativa e renderla più viva, ho voluto immaginare la presenza di due appassionati camminatori nostrani, Marco e Giulia. Attraverso i loro brevi scambi e le loro riflessioni spontanee lungo i sentieri, ci invitano a un dialogo ideale tra il passato profondo di Metalla e il nostro presente.


La Miniera dalle origini


Dalle popolazioni prenuragiche e nuragiche, che per prime sfruttarono il valore dei metalli, ai Fenici e ai Cartaginesi, che ne fecero ricchezza e scambio lungo le rotte del Mediterraneo, fino ai Romani che, tra il III secolo a.C. e il IV secolo d.C., trasformarono il Sulcis in un grande distretto minerario organizzato e controllato. Dopo secoli di silenzio, furono i Pisani nel Medioevo a riaccendere l’interesse per queste risorse, lasciando nuove tracce di attività estrattiva. Ma è soprattutto tra Ottocento e Novecento che il territorio tornò a vivere una stagione intensa, fatta di miniere, lavoro e comunità, protrattasi fino alle soglie della fine del secolo scorso. Oggi, tra ruderi e paesaggi segnati, resta l’eco di questa lunga storia. Ma riavvolgiamo il nastro del racconto soffermandoci agli albori della attività estrattiva al periodo dei Romani.


Metalla, la terra dannata


Nel nostro territorio c’è un nome che percorre i secoli come una voce leggendaria: Metalla.

Deriva dal latino metallum, che significa appunto miniere. È uno dei casi in cui il toponimo descrive esattamente la funzione economica del luogo.

Non indica una città tracciabile su una carta, né un luogo racchiuso entro confini certi. Piuttosto, rimanda a un paesaggio articolato, a un insieme di valli, miniere, santuari e approdi che si estende tra i comuni di Buggerru e Fluminimaggiore, dove la roccia conserva ancora i segni del lavoro e delle trasformazioni avvenute in età romana.


Le fonti antiche descrivono Metalla come un distretto minerario imperiale, direttamente connesso all’autorità massima di Roma. Qui non si estraeva soltanto un generico minerale: si producevano risorse essenziali per l’economia e per il controllo dei territori. L’argento e il piombo di queste montagne entravano nei circuiti della moneta, delle infrastrutture, della guerra.

Eppure, proprio nel cuore di questa apparente chiarezza storica, si apre una zona d’ombra che rende Metalla qualcosa di più di un semplice sito archeologico. Perché, a differenza di altre città perdute, non è mai stata ritrovata davvero. Non esiste una “rovina ufficiale” che ne sancisca la scoperta, nessuna iscrizione definitiva che dica: “era qui”. Alcuni studiosi la cercano nella valle di Grugua, altri nell’area del Tempio di Antas, chi ha certezza che si trovi ormai sepolta dalle enormi dune di sabbia tra san Nicolò e Portixeddu. Ma ogni ipotesi lascia aperti interrogativi.

È in questa incertezza che nasce il fascino più profondo: Metalla potrebbe non essere stata una città, ma un sistema diffuso, un organismo nascosto nella geografia stessa del territorio. Un luogo senza centro, o forse con molti centri. Un enigma che, per certi versi, mi si lasci passare l’ardito riferimento, fa venire in mente persino il mito di Atlantide, con la differenza che Atlantide è perduta nel mare dei racconti, mentre Metalla è proprio qui, potremmo dire a portata di mano, ma continua anch’essa a sfuggire.


«Vedi, Giulia,» osservò Marco indicando le dune di San Nicolò, «la cerchiamo come se fosse una Pompei sarda nascosta sotto la sabbia invece che coperta dai lapilli e cenere del Vesuvio. Ma se l'errore fosse questo? Forse Metalla non era una città chiusa, ma una rete diffusa nel territorio.» «Una mappa senza un centro esatto, insomma,» rispose Giulia. «Un mistero sotto i nostri piedi.»


Carta antica con l’indicazione di Metula (Metalla)
Carta antica con l’indicazione di Metula (Metalla)

Un mondo di lavoro, dolore e potere


Le evidenze suggeriscono un sistema complesso: aree estrattive nelle zone interne, spazi di

lavorazione, presidi militari, ville, accessi al mare attentamente controllati e luoghi di culto siano essi il Tempio di Antas o “Sa Cresia di Santu Nicolau”.


Nella linguaggio romano corrente, l’espressione “ad metalla” indicava una condanna severa. I destinati alle miniere erano prigionieri, schiavi, oppositori, ma anche cristiani perseguitati. Tra questi, secondo le fonti, vi furono figure di rilievo come Papa Callisto I.

Le condizioni erano durissime. Le gallerie, spesso strette, profonde, verticali a pozzo o tortuose, soffocanti, con solo qualche angusta nicchia di servizio, risuonavano del rumore dei picconi e delle catene. Quante misere esistenze saranno rimaste intrappolate avanzando inginocchiate, incatenate in quelle buie viscere di sofferenza inumana, rischiarate dalla debole luce tremolante di una lampada a olio! Presso la spiaggia di San Nicolò, noto in paese come “Il Cimitero delle Sabbie”, sono stati ritrovati scheletri ancora incatenati alle caviglie: una testimonianza cruda, disturbante, della realtà di quel sistema.


«È agghiacciante pensare a quegli scheletri ritrovati in catene sopra la spiaggia,» disse Giulia con un brivido. «Sì,» rispose Marco. «Per l'Impero era tecnologia e profitto, ma per migliaia di dannati era solo un inferno senza luce e senza futuro.»


Metalla non era solo una inconcepibile sofferenza di “damnati”. Era anche organizzazione, tecnologia, controllo. Il distretto era gestito da un funzionario imperiale, il Procurator Metallorum, e presidiato da guarnigioni militari come la Cohors I Sardorum. Questa era un' unità originariamente reclutata tra le popolazioni della Sardegna. I sardi erano famosi per essere combattenti mercenari tenaci, spesso impiegati come fanteria leggera o arcieri. La storia della Cohors I Sardorum è nota grazie alle epigrafi e ai diplomi militari, piccole tavole di bronzo che attestavano il congedo onorevole e la cittadinanza, ritrovate anche a San Nicolò. Le coste erano sorvegliate per impedire fughe e proteggere i carichi di metallo diretti verso Roma.


L’economia nascosta dell’Impero


Il minerale veniva cavato seguendo con precisione le vene e i filoni più ricchi, attraverso un lavoro continuo e sistematico che trasformava la montagna in un organismo violato e sfruttato in profondità. Una volta estratto, il materiale veniva frantumato, lavato e selezionato, per poi essere sottoposto ai processi di fusione. Tra questi, la coppellazione rappresentava una delle tecniche più avanzate: permetteva di separare l’argento dal piombo attraverso alte temperature e reazioni chimiche controllate. Era un procedimento sofisticato per l’epoca, ma anche estremamente inquinante e pericoloso, capace di lasciare tracce persistenti nel paesaggio e nella salute di chi vi lavorava.

L’argento così ottenuto alimentava direttamente il sistema economico imperiale, venendo

utilizzato per la coniazione delle monete con cui si pagavano le legioni e si sosteneva l’apparato statale.


Lingotto ritrovato a Buggerru a Sa Colombera nel 1870, ora a Berlino nel Staatliche Museen, Antikensammlung
Lingotto ritrovato a Buggerru a Sa Colombera nel 1870, ora a Berlino nel Staatliche Museen, Antikensammlung

Il piombo, invece, trovava impiego nelle infrastrutture: tubature, sistemi idraulici, ancoraggi e

costruzioni che rendevano possibile la vita e l’espansione dell’Impero. In questo senso, Metalla non era un sito periferico, ma un ingranaggio essenziale di una macchina molto più ampia, il cui funzionamento si reggeva anche su luoghi remoti come questo.


Alcuni ritrovamenti, tondelli non coniati, scorie di metallo particolarmente puro e tracce di

lavorazioni specializzate, hanno alimentato un’ipotesi affascinante: che a Metalla potesse esistere una forma di produzione monetaria locale, forse legata a esigenze straordinarie del distretto o, secondo interpretazioni più audaci, a circuiti non ufficiali. Un’idea che, pur senza prove definitive, contribuisce a rafforzare l’immagine di un sistema complesso, capace di integrare estrazione, lavorazione e forse anche trasformazione finale del metallo.

Un’altra curiosità riguarda le monete rinvenute: molte presentano segni di bruciatura o di forte usura, come se fossero state nascoste, manipolate o riutilizzate in condizioni estreme. Forse erano piccoli tesori custoditi dai condannati, nella speranza di riscattare la propria libertà o semplicemente di ottenere un pasto in più. In questi oggetti, apparentemente minori, si riflette una dimensione più umana e fragile del sistema: quella di chi, pur immerso in una macchina economica implacabile, cercava ancora margini di sopravvivenza e possibilità.

Così, dietro la solidità dell’economia imperiale, si intravede un equilibrio sottile, fatto non solo di metalli e tecniche, ma anche di vite consumate, di gesti ripetuti e di speranze trattenute nel silenzio delle gallerie.


I centri di culto


Accanto all’inferno delle miniere, si ergeva il contrasto più sorprendente: il Tempio di Antas.

Situato in una valle appartata ma strategica, il santuario si presenta ancora oggi come uno dei luoghi più suggestivi non solo del territorio di Fluminimaggiore, ma di tutta la Sardegna. Dedicato al Sardus Pater, divinità locale poi integrata nel pantheon romano, il tempio rappresentava un punto di incontro tra culture, potere e religione. La sua monumentalità, le colonne che si stagliano nel paesaggio e le iscrizioni votive rinvenute testimoniano una frequentazione continua da parte di soldati, funzionari e amministratori legati al distretto minerario, che qui cercavano protezione e legittimazione. Non era soltanto un luogo di culto, ma anche uno spazio simbolico in cui l’autorità romana si radicava nel territorio, riconoscendo e inglobando tradizioni più antiche.


«Antas toglie il fiato,» ammise Giulia guardando le colonne monumentali. «È incredibile come il sacro e l'estrazione mineraria convivessero quassù.» «Era il modo in cui Roma legittimava il suo controllo,» rispose Marco. «Il tempio non dava solo conforto spirituale, ricordava a tutti la potenza di chi comandava davvero .»


La valle e il Tempio di Antas a Fluminimaggiore
La valle e il Tempio di Antas a Fluminimaggiore

Ma il paesaggio spirituale di Metalla potrebbe essere stato più articolato. In prossimità delle

attuali dune di sabbia di San Nicolò, nel sito di quella che oggi chiamiamo “Sa Cresia di Santu Nicolau”, emerge un ulteriore e suggestivo indizio. La zona, abitata fin dall’antichità, portava il nome evocativo di Enesta, probabile variazione del nome greco Hestia, la dea del focolare, assimilata a Roma a Vesta. Ricerche archeologiche indicano che l’abitato originario risaliva all’età romana imperiale, configurandosi come un insediamento articolato, forse riconducibile a un complesso residenziale del tipo "villa", come suggeriscono i resti di edifici, mosaici, acquedotti, monete e una necropoli. In questo contesto, non è difficile immaginare che il luogo avesse anche una valenza simbolica e cultuale, legata alla dimensione domestica e alla continuità della vita comunitaria.

In questo senso, la chiesa rurale non sorse su un terreno vergine, ma su un suolo che aveva

conosciuto vita e abbandono, memoria e oblio. Le dune, prima dell’attuale “Rimboschimento”, hanno poi sommerso come un mare di sabbia ondeggiante quello che poteva essere il vero centro abitativo.


Il Tempio di Antas, insieme a questi possibili luoghi sacri diffusi nel territorio, suggerisce che anche il sacro, a Metalla, potesse essere un sistema più ampio e distribuito: un intreccio di santuari ufficiali e spazi più discreti, legati alla vita quotidiana.

Resta così aperta una domanda: esisteva un unico centro religioso o Metalla era, anche nel sacro, un insieme di presenze disseminate?


Dall'entroterra alla costa


Questa imponente ed efficiente macchina imperiale, capace di trasformare le valli interne in un formidabile distretto minerario e religioso, non avrebbe potuto sopravvivere rimanendo isolata tra le montagne. Per completare il grande circuito della ricchezza di Roma, tutta questa fatica sotterranea aveva bisogno di un ultimo, vitale elemento: uno sbocco verso l'orizzonte. Nella seconda parte del nostro racconto solleveremo lo sguardo dalle buie viscere della terra per seguire il cammino del minerale verso il mare, là dove la storia di Metalla si spalanca finalmente verso il resto del mondo antico.


FINE PRIMA PARTE, IL RACCONTO SEGUE CON LA SECONDA PARTE PUBBLICATA NEL SUCCESSIVO ARTICOLO DELLA "LA PAGINA APERTA"



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